polline .57

I disegni di Montale sono fatti con il caffe', il rossetto e la matita. Uno mi piace molto. C'e' una mucca che pascola. C'e' una torre e ci sono degli alberi. Nuvole. Uccelli ed il suo nome. La luna a destra.

   Deve essere al tramonto quando la luna ha ancora gli uccelli davanti, la goccia di caffe' dal dito tocca il foglio e si espande per poi asciugarsi piu' e meno color del caffe'. Il rossetto poi contorna una nuvola, quella piu' rosa.

   Montale pittore come colui che gioca con il caffe'. Anche la torre e la mucca sono colorate con il rossetto ora che guardo meglio. La luna e' marcata molto, fatta di grafite, ma anche caffe', rossetto e due nuovi tratti di matita sul rosa. Si era cancellata quasi tra caffe' e rossetto e doveva disegnarla ancora. Un po' trema, non la mano: la luna non ha le punte chiuse, sono due curve, una che comprende l'altra, come la luna di Leopardi che era stata tremola e forse Montale non puo' dimenticarla.

   Il paesaggio e' tranquillo scendendo. Le fronde degli alberi si muovono al vento verso destra, mentre due gocce di caffe' segnano il foglio fino al bordo sinistro dove si fermano fondendosi al generale sfondo del cielo che e' diventato un pasticcio gia' da prima, quando ha piegato il foglio per farlo asciugare meglio, se no e' troppo il tempo da aspettare prima che il caffe' si asciughi. Io, ad esempio, lo asciugo con un tovagliolino di carta strappato cosi che' il suo bordo diventi piu' assorbente, una, due volte e soffio.

   Per raccogliere il polline dai fiori ed impollinare una varieta' diversa di una stessa specie si usa una striscetta di carta strappata: il bordo tocca le antere del fiore e ne raccoglie il polline e poi passa sullo stigma di un altro fiore.

domenica mattina, soft .56

Attraversando un prato per il cammino piu' facile, la terra si compatta e l'erba si fa rada, le particelle di argilla, limo e sabbia tenute insieme dall'acqua in briciole piu' grandi e piu' piccole, tra cui l'aria passava e l'acqua pure, vengono premute tra di loro chiudendosi cosi' gli spazi vuoti. L'acqua e l'aria non passano allora piu'. Ed allora il campo ha un segno in piu': il cammino desiderato, il desired path... che soffice la parola path e buffo che venga assegnata alla parte piu' dura di un bosco che e' tutto soffice e poi... nella lingua piu' onomatopeica che ci sia!

   Le vie che le persone desiderano sono sempre dirette e non seguono gli spigoli o meglio li ammorbidiscono, li affidano all'uso. Affidare all'uso un giardino significa forse affidarlo alle piante che scelgano un percorso preferito in cui muoversi libere di disegnare il giardino. 

   Significa lasciare il vuoto necessario al movimento cosi' che un invito, un'opportunita', siano tesi a, ed incontrino il desiderio, il bisogno, la necessita' di una pianta, che non potremmo mai chiedere o sapere prima... come noi.

   In 5 anni si puo' vedere il disegnarsi di un carattere tutto proprio di questo dialogo. E' il Bello come lo si immagina solo dopo averlo visto, per affezione o dopo averne udito la descrizione da qualcuno, dopo averne ascoltato la spiegazione, per fiducia.

   Si tratta allora di far provare il gusto di questo paesaggio, divulgare le sue forme ed accostargli un nome onomatopeico che sappia descrivere tutto l'arco dell'apertura mentale della somiglianza che esso racchiude tra la forma fisica di piccolo paesaggio urbano e l'esigenza di un'ecologia che preme di farsi ascoltare, parola che passi di voce in voce e fra uno, due decenni divenga il modo di fare giardini pubblici in citta'. Giardini un po' piu' simili alla vita delle persone, un po' piu' morbidi.

VUD like wood like wouldlike .55


Devio dal giardino ed arrivo in cucina, con il mio amico Filippo dal suo laboratorio di falegnameria e design di Trieste chiamato VUD come legno, come i taglieri che scolpisce per il pane formaggio salame. E questo e' il tagliere comprato sulle rive della Miljacka, a Sarajevo nel 1996, a Luglio. Era un signore 80enne che vendeva utensili da cucina fatti da lui. L'ho pagato due marchi. Sono arrivato al giardino a partire da quel vetro fatto cadere davanti ed ai viaggi da ragazzo che viaggia e che non fa fotografie perche' le fara' quando sara' pronto, oltre lo spettacolo di cio' che e' accaduto davanti. Sono contento che il mio amico Filippo faccia taglieri per il taglio del pane formaggi salami.

chiara sabbia .54

Le piante del Bosco verranno dal vivaio padovano Guagno con sede anche a Comacchio... Comacchio...

   Valli della Pianura Padana a 50km da Ferrara, verso il mare, un posto isolato come il suo dialetto che immaginiamo venire dall'acqua, dove l'agricoltura si arresta rispettosa davanti ad un muro di luce diafana dal quale comincia un medioevo vallivo di aironi cenerini, fenicotteri rosa, anguille e ristoranti che le fanno alla brace nel fumo e l'abbazia di Pomposa tenuta in piedi da ciotoline di terracotta tra i mattoni a decorare l'aria e specchiare il mare, piu' in la', dopo aver superato il breve tratto delle dune fossili di Massenzatica, dove il vento ha mosso la sabbia alta fino a 7m con i suoi semi spontanei e, sulla strada, il Bosco della Mesola, le viti dei vini delle sabbie, imbevibili per alcuni, cosi' buoni con la Salamina da sugo...

   Come quelle che disegnavano il bordo adriatico quando il mare era piu' vicino ed il vento entrava prima a portare i semi sulle dune in primavera e, superandole sulla pianura, arrivava alla citta' tra i mattoni in spigolo del campanile di San Giorgio, anche. Un po' di sabbia nel risvolto dei pantaloni, sul vetro della Polo. Teodorico voleva guardare il mare per sempre dal suo mausoleo, una volta lasciata la spiaggia e Brassens voleva una montagnola di sabbia, tra mare e cielo sulla spiaggia di Se'te, per fornire un paravento alle ragazze quando avrebbero voluto cambiarsi il costume (sic).

   "100% sabbia, terreno percolante, arido"... a me non sembra.

shh .53

L'erba piu' bella in autunno diventa trasparente, si chiama Stipa tenuissima.


otto e mezzo .52

Quando sono arrivato a Londra mi e' venuta voglia di diventare una rock star. Piet Oudolf al curatore del Garden Museum che gli chiede quale musica voglia al suo entrare in sala conferenze, un giorno di due anni fa, dice: "...Vorrei i Cure.": si chiudeva in quei mesi il mio percorso formativo di garden designer. Ed iniziava il mio percorso da solo.

   Qualcosa e' cambiato rispetto al pubblico che anima il Garden Museum cui Bach e Mozart erano stati fino ad allora assegnati. Si sa, l'istituzione e' li', cosi', perche' attende di essere sorpresa, quasi attenda di essere presa per mano laddove mai da sola si avventurerebbe. Qualcosa e' cambiato rispetto al fare i giardini, dunque.

   In quell'occasione il giardino accoglieva, in un paese apparentemente all'avanguardia come l'Inghilterra, il meglio delle ricerche olandesi: un gruppo di amici si incontrano e ragionano su come rendere piu' sostenibili gli spazi verdi delle citta', attraversano gli anni '80 e dopo qualche esperimento ben riuscito, ricevono il nome -alle loro orecchie un po' imbarazzante- di New Perennial Wave e si affermano come alcuni dei piu' influenti pensatori del giardino semi-naturalistico il cui simbolo puo' essere rintracciato (semplificando, ma e' troppo bella per non diventare tale) la High Line di New York.

   Gli anfibi senza lacci di Oudolf sono olandesi e la scuola di design olandese, come anche la moglie di Oudolf, sono modelle. Non ci si puo' fare niente, dai tappeti antichi e bellissimi davanti ad un camino cinquecentesco sembra che non nasca poi granche'... ed il rock, si sa', e' seducente... Christopher Lloyd era rock, piu' di cosi', nella sua casa dove i tappeti antichi e bellissimi erano volati via in giardino colorandolo come mai quel ceto sociale inglese aveva visto e avrebbe voluto vedere! Caro il vecchietto del giardino inglese che non si staccava mai da sua madre ed e' diventato il piu' dissacrante e libero giardiniere inglese.

   Si incontrano in questo giardino un'urgenza ambientalista ed un'urgenza estetica che insieme hanno bisogno di scuotere cio' che e' stata chiamata la "... soft pornography..." dell'approccio tradizionale al fiore, per aprire la progettazione degli spazi vegetali a cio' che la vita del fiore restituisce alla nostra vita: il tempo. La giovinezza sfugge... e chi se ne infischia! Noi siamo la vita, qualcosa di molto, ma molto piu' esteso, che piu' lo si guarda piu' diventa grande, espandendosi a tal punto che deve essere condiviso... Mi piace immaginare che questo sia l'afflato che muoveva e muove quegli amici.

   Le piante muoiono e noi le guardiamo: i giardinieri di un certo tipo tagliano gli steli secchi, i giardinieri di un altro tipo mantengono gli steli e le corolle dei fiori, perche' le  infinite sfumature di marrone, nero, rosso, grigio, argento con i loro semi, insetti ed uccelli dalle infinite sfumature di marrone, nero, rosso, grigio, argento... non sono cose morte: il fiore, insieme al nostro paesaggio, viene restituito alla vita e dura. Un fiore e' paesaggio ed il paesaggio e' l'immaginazione intorno ad un luogo fisico, che di fisico perde immediatamente le coordinate non appena vi ci ritroviamo dentro, per diventare, appunto, quel paesaggio: paesaggio tout court. Come puo' finire, essere interrotto? Non e' ne' materialmente, ne' immaginificamente possibile.

   Si tratta di aprirsi un poco di piu' a cio' che fa paura, cio' che sembra sporco e non curato, cio' che scuro ed opaco comincia all'ombra di un albero o di un muro, anziche' quel brillante, nuovo, fresco che era stato due mesi prima... ma allora, mettiamoci d'accordo: forse che dei guanti di velluto grigio sono fuori luogo? Ed una cravatta arancio scuro? E si' che perdere l'occasione di associare il blu al marrone, al nero, al giallo ed all'azzurro e' costata ai paesi che non hanno avuto un Paul Smith la perdita di un business da miliardi, che avrebbe fatto bene al paese intero, oltre che al senso di cio' che puo' essere bello dietro l'angolo. Ancora il Rock, erano quelli gli anni.

   Si tratta allora di estendere l'abitudine dello sguardo alla nostra capacita' di scoprire il bello ovunque. Tanto piu' che in giardino il Bello risiede nella sua propria casa, in quel dove in cui dimora anche il Giusto, la' dove gli esseri viventi trovano nutrimento anche l'inverno e la vita il suo ciclo completo.

   Un tempo, la sostituzione stagionale dei fiori dalle aiuole si accompagnava alla sostituzione stagionale degli uomini dalle citta' e dai villaggi da spedire soldati. Le cartoline dei giardini dell'epoca vittoriana mi fanno venire i brividi, non riesco a non pensarci. Certo siamo altrove, ed allora si puo' migliorare. La conquista selettiva e riduttiva di un'immagine di se stessi sempre performante nella quale rispecchiarsi anche d'inverno con il giardino asettico ed il vuoto spinto creato tra pianta e pianta e ramo e ramo, senza alcun suono, a me non piace. Quando il paesaggio e' il tepore della casa che si riflette nel giardino e si puo' amare da fermi un paesaggio che si assopisce e rende i suoi colori e le sue possibili offerte a chi non necessita altro che qualche seme di cui nutrirsi tra i fiocchi di neve, allora sono in giardino.

   Si', l'Italia dei giardini e' indietro perche' in tutta la sua bellezza ha ancora bisogno di mandare al piano superiore le bellezze sfiorite, perche' la bellezza cambia, e' vero e, se vuoi, anche sfiorisce -dopo la sincerita' di 8 1/2 non c'e' piu' la paura ne' l'ipocrisia su queste cose- ma nel frattempo si cresce e si scopre che non si puo' piu' fare a meno del cambiamento in atto e delle sfumature che accompagnano la durata.

   Crescita, disponibilita': tutte conquiste estetiche. Il "percorso da solo" non puo' inventarsi la bellezza, altrimenti perde l'equilibrio, perde la rotta. Puo' soltanto incontrarla, lasciarsi guidare -perche' c'e' gia' tutto, occorre soltanto non escluderlo a priori- senza astrarsi da cio' che esiste intorno, senza escludere le cose che esistono intorno e come queste si tengono insieme nello stesso paesaggio, come queste sfilano insieme sulla stessa passerella, tutte insieme. Ed il film puo' cominciare.

Quercus avium .51

Le foglie di quercia che si sono seccate (quelle che aprivano lo scritto .43) hanno un profumo di ciliegia. Una fragranza di resina che si fa piu' dolce per dare nome ad una nuova specie arborea nella famiglia delle Fagacee, la Quercus avium proveniente dall'impollinazione avvenuta tra la Quercus robur ed il Prunus avium, tra una quercia ed un ciliegio, in tempi sospetti di mutamento climatico.

   ... Chissa' quante volte da studente e da professore il buon Carolus Linnaeus si e' divertito nel nominare per gioco una pianta in base a criteri che, slittando agili sul brillante schema binomiale, si reinventavano di volta in volta, aprendo a sempre nuove possibili classificazioni.

   Innocenti combinazioni dei nomi in base al profumo o al colore o, perche' no', al momento del giorno ed a quanto era buono il pollo mangiato a pranzo prima della lezione pomeridiana... cosi', da provare lo spirito degli studenti, ridere un poco e metterli all'erta sulla necessita' di astuzia e rigore nello spirito dell'osservazione scientifica.

   L'invenzione dei mostri Basilischi, nati dall'immaginazione e dalla combinazione di parti anatomiche di diversi animali per disturbare i sonni ed inventare pozioni magiche che da essi potevano derivare, era l'altro aspetto delle possibili invenzioni, quelle senza ironia, quelle che strumentalizzavano l'ignoranza e costruivano il sistema della paura. Proprio quell'ignoranza che il buon Carolus Linnaeus sconfiggeva con il suo chiaro sistema di nomenclatura botanica.

   Molti anni piu' tardi un grande storico dell'architettura Manfredo Tafuri, mio professore meraviglioso a Venezia, racconto' di aver fatto uno scherzo agli studenti di Harvard. Dopo aver programmato una visita al Seagram Building, il grattacelo di Mies van der Rohe a New York, porto' gli studenti davanti ad un banale grattacielo. Un'ora dopo che gli studenti avevano dedicato il loro tempo ed attenzione alle fotografie ed ai disegni il caro professore rese loro noto che il Seagram Building era l'edificio accanto.

   Solo il vuoto davanti alla torre di bronzo, con il suo schiaffo al mercato del suolo ed il cielo aperto a render sacro lo spazio davanti all'ultima colonna della storia dell'architettura, poteva dimostrare la verita' dell'edificio, ma se il maestro non fosse stato cosi' crudele con gli studenti, quel vuoto sarebbe rimasto inascoltato.

   D'altronde e' noto che le ciliege della Quercus avium vengono mangiate dai basilischi che ne sono ghiotti nonostante ogni volta il nocciolo li trasformi in ghiande. Il tutto in modo cosi' rapido che a non bene osservare non ce ne si accorge ed a terra rimangono solo le ghiande cosi' che le persone che passano di li' credono che quelle siano i frutti delle Quercus robur.

   Eh gia'.

m'ama, non m'ama, .50

Nel terreno del futuro Bosco c'e' l'acqua... lo si sapeva visto il canale di fianco, ma prendere acqua dal canale azionando una pompa a benzina con un tubo che doveva passare per una pista ciclabile francamente mi sembrava piuttosto complicato e l'avventurosa sommatoria: acqua+secchio+carrucola+ponte sul canale poteva essere gioiosa nell'entusiasmo dei primi 10 minuti, ma se 3500mq non sono tanti, non credo di pensare la stessa cosa per i 1000 secchi d'acqua al giorno e soprattutto sembrano tutti molto gentili nell'informarmi al telefono della possibilita' di un allaccio alla rete idrica urbana!

   Prima della telefonata all'ufficio competente un'opzione alternativa si era presentata alla mente: il bosco poteva diventare un giardino come il Phoenix Garden del mio amico Chris a Covent Garden, un giardino senza l'acqua, un dry garden ovvero un francobollo direttamente da Marte spedito nella Pianura Padana... davvero intelligente, un giardino di piante senza necessita' d'acqua: si tolgono le amate erbacce, si aggiunge sabbia rotonda di fiume (senza spigoli come invece sarebbe quella di cava) per circa meta' della quantita' dei primi 20cm di terra (che per 3500mq sono 700mc), cosi' che l'acqua scorra rapida nello strato in cui la terra e' piu' protetta dalla forza evaporante del calore solare e le radici corrano a cercare l'acqua in profondita' senza preferire le facili diramazioni superficiali... insomma, tutto cio' che si legge nel bel libro di Olivier Filippi "The dry gardening handbook" che Chris mi ha suggerito tra i suoi vari consigli.

   Ci penso, certo che ci penso. Mi incanta l'idea, un giardino pioniere, un giardino intelligente, un esempio e monito di un clima che cambia con assoluta evidenza. Si', gia', ma un bosco, anzi il Bosco?! No, non riesco a resistere al bosco. Forse alla sua frescura. Preferisco la sensazione di ristoro all'intelligente dialogo con il calore che ci obblighera' negli anni a venire a mutare il nostro modo di immaginare il paesaggio.

   E' una questione estetica: preferisco passeggiare in un bosco usando l'acqua per crearlo, piuttosto che godere al piacere intellettuale di creare un giardino secco usando molta meno acqua. E' vero... c'e' una soglia sulla quale nel lungo tempo i due luoghi si incontrano: dopo alcuni anni, sia il bosco che il dry garden diventano (quasi) autonomi rispetto all'irrigazione artificiale e questa e' la soglia anche della mia contentezza. Vince dunque il bosco.

   Confesso che nella mia immaginazione il Bosco, gia' da un po', fa capolino come prato di fiori selvatici al seguito di ruspe atte ad impoverire il terreno sottraendone i primi fertili 20cm di strato superficiale cui e' sempre legata l'alta competizione di alcune erbacce rispetto alla delicatezza dei fiori selvatici... Ed una porzione di prateria di erbacee perenni e graminacee?! ... Lo sapevo...

   "Garden me" significa anche l'auspicio che il giardino guidi la noce sulla quale il giardiniere naviga, che metta un freno, un albero, una pianta, un sasso intorno al quale, come un giapponese, cominciare, altrimenti trovero' una margherita da sfogliare finche' il m'ama non segni il Nord.

Sparta, Scotland, UK .49

Perche' Little Sparta, il giardino di Ian Hamilton Finlay, mi porta via con se'?

   Me lo sono domandato piu' volte o meglio ogni volta mi perdevo in quel libro che lo ritraeva in splendide foto alla libreria Foyles, mai comprato perche' gia' mio. Si', questo appartenermi come l'avessi voluto fare io quel giardino scritto sopra le pietre.

   A tenermi legato ad esso non e' la ragione che scorre nelle fibre del giardino stesso, a detta del suo giardiniere: "Una dichiarazione di guerra al Presente", non solo almeno, piuttosto e' la sensazione di ritrovare ogni volta casa e ripartire. Le frasi scolpite su spesse lastre di pietra calcate nell'erba, simili a lastricati romani, sembrano poggiare sull'erba, lasciare il supporto, senza piu' pietra, cosi', parole con l'erba intorno, simili ad uno sguardo che abbia conosciuto e poi disinnescato la malinconia, piu' preciso.

   Credo di immaginare queste pietre come il racconto a memoria di storie che ci accomunano, racconti dei valori in cui si articola la convivenza del presente, fibra di un paesaggio comune che pur necessita traduzione, descrizione ed allora cerca i propri supporti in cui dire: "Passo la parola". Lo sguardo segue la collina o si riposa all'ombra e la descrizione di cio' che avviene dentro viene a galla, passa per la mano e si stampa da qualche parte facendosi unico con quel paesaggio. Racconta questa storia comune che non puo' fare a meno di passare per le figure note della cultura classica e dei simboli del mondo contemporaneo ed allora ci sono granate di pietra al posto degli ananassi sugli stipiti delle porte d'accesso, soltanto simili e forse ancora piu' dure.

   Come disinnescarle, come curare la piega della collina e l'ombra, qual e' il modo per non farci distrarre dal giardino romantico ed essere veramente romantici, precisi, armati di ananassi da maneggiare con cura, astuti, ironici, da passare di mano in mano, dal giardiniere Jan Hamilton Finlay a colui che sfoglia le pagine in libreria?

   Alla libreria Foyles c'e' un caffe' e nel caffe' c'e' un apple crumble che e' piu' buono di quello della pasticceria Bertaux. Il barista svedese mi faceva sempre lo sconto dandomi fette piu' grandi degli altri, organizzava nella sua citta' un festival di giovani artisti sconosciuti raccogliendo fondi dalle imprese sponsor piu' importanti di Svezia; la barista, inglese, non faceva lo sconto ed era molto bella; l'altro barista, italiano, aveva studiato alla SOAS cinema cinese e mi ha insegnato a fare la torta al limone. Nel frattempo gruppi suonavano jazz nel programma organizzato da un ragazzo sardo innamorato di una cinese che sapeva bene l'Italiano. Fuori, Soho e la pasticceria Bertaux, con la sua cioccolata e il tea, le teiere rotte ed un poco sporche, servite a due alla volta perche' una era per l'acqua calda da aggiungere a quella con le foglioline. E' li' che Jonsi ed Alex, un giorno, hanno presentato un disco ed i loro disegni. Questo e' il modo.

giardinare .48


Un circo in fil di ferro di Calder come a fil di ferro erano i disegni di Francesco di Giorgio Martini: gli angoli senza spessore murario fanno slittare le aperture in facciata piu' a destra o a sinistra senza preoccuparsi della simmetria o... facendola fluttuare! Si tratta di una precisione nuova, quella che libera e da vita al moto trattenendone la linea di caduta. Poco importa, anche l'architettura gia' si muove non appena realizzata, impossibile trattenerla, figurarsi un circo o un giardino. Da seguire allora, soltanto seguire.

   Da miglior studente di meccanica Calder sembra avere la stessa precisione e dei suoi circensi, che saltano incontrandosi a mezzo volo per tenersi per mano, rimane la sospensione e risata degli spettatori.

   Il coniugarsi di caduta e stupore si accorda al giardino dove il lavoro "per" il giardino e' una sorta di giardino. Mi piace il termine inglese: gardening, che derivando da garden potrebbe rendersi in italiano con "giardinare": I garden, you garden, io giardino, tu giardini, egli giardina e cosi' via fino all'identificazione dell'azione con la sua stessa materia, oggetto e fine.

   Come visitare un giardino e non apprezzare le azioni che lo trasformano mantenendolo costantemente tale? Le stagioni simili del giardino e della nostra vita?

   Nella prefazione all'ultimo libro di Piet Oudolf si dice che il maestro olandese ha restituito i fiori alla loro vita e noi alla nostra, riportandoci sulla strada che ci restituisce alle stagioni delle piante ed a quelle della nostra vita. Solo stupore davanti ai marron dell'autunno ed i fiocchi di neve sulle corolle prive di vita: non ci sono piu' i fiori, sono diventati un'altra cosa e qualcosa d'altro comincia piu' vicino a noi, piu' simile al nostro assomiliare al loro scorrere, fluttuare e ritornare.

   E' una precisione di paesaggio nuova, presa in prestito dal paesaggio semi naturale delle praterie e degli spigoli assolati lungo le strade cittadine.

sassi .47

Il piccone contro la parete, una volta ed un’altra, il sasso e’ tenero e la luce entra nel sasso. Piu’ a destra, tracce lunghe e poco profonde dove il piccone si e’ fermato, chissa’ perche’, dove non passera’ la luce. “… Quando non avevano niente da fare scavavano un’altra camera!”.

   Sua moglie non vuole che vada a prendere i fichi ed io l’ho incontrato sotto un fico, svegliandomi all’alba sul torrente Gravina: “… Non ti preoccupare, lo conosco bene, tu stai indietro, mi raccomando”. Raccolgo i “fichi facili” e li metto nella sportina. Che buoni i fichi bianchi.

   I Sassi di Matera si svegliano la mattina umidi tra i fichi caramellati lasciati dagli uccellini sul Ficus carica: gli alberi da frutta sono femminili perche’ danno frutti. “Che belli questi alberi cresciuti spontanei”… “No, li abbiamo piantati noi, cosi’ almeno c’era qualcosa da mangiare”. 87 anni fa altri piantarono un albero di fichi e dopo qualche anno il mio nuovo amico Saverio poteva raccoglierli.

   Sua moglie lo attende entro le 9, siamo allora rapidi nel superare il muretto di cinta dal burrone e raggiungiamo gli alberi cresciuti piu’ in la’. Ombra luce ombra ombra luce, so che Saverio guarda dove metto i piedi mentre entro nelle dimore abbandonate: la cucina, il forno, il letto e la luce che non faceva in tempo a svegliarlo quando lavorava come piccolo muratore. Lui raccoglie i fichi da prima che io nascessi ed io entro nelle sue case dove non abita nessuno. Sospeso sta tutto. Luce ombra luce, il piccone che si ferma, un fuoco acceso tante volte all’angolo del camino ed un bambino che esce dalla porta per cercare nuovi amici che lo stanno attendendo… basta solo che si alzi presto la mattina all’alba sul torrente Gravina… macchie verdi che mi attraggono ed una figura di rami e foglie ed allora, come sempre, mi fermo, lo guardo e guardo il cielo il monte e le prime ombre nel tufo dei picconi che non si sono fermati.

   “Buongiorno” allora ed allora un fico in regalo e: “Vieni con me”, dove non sono mai stato neppure in sogno, sogno che si apre al giorno, non meno vero. Occhi blu e le mani fatte di pietra come quelle delicatissime di ragazze danzanti sulla spiaggia di Picasso, fatte per raccogliere i fichi da offrire ad altre mani un po’ addormentate.

   Lo seguo e conosco i pensieri di sua moglie che e’ a casa e senza nome osserva da qualche anno preoccupata e conosco il 1943 che non dava lavoro come muratore e gli occhi sorridenti fermi contenti.

   Torniamo. Arrivederci. La stretta di mano e tutto si fa BIANCO. La sportina nella mano accarezzata dalla pietra, la mano diventata per un po’ di pietra, danzante per un po’, un po’ di piu’. Brilla e tremola tutto davanti, sulla superficie degli occhi, per un istante di ritorno al giorno. Poi, tepore.

   Sua moglie lo sgridera’, sono oltre le 9… cosa farebbe un uomo senza una moglie che lo sgridi per aver scavalcato il muretto ed essere volato via, oltre il burrone, attraverso, con le rondini sfiorata l’acqua del torrente, tra i rami e le foglie degli alberi bassi a raccogliere i fichi “… che gli uccellini hanno lasciato… d’altra parte e’ proprieta’ loro”.

Oh mon empire d’homme

terra acqua foglio 40% nel giusto ordine per il mio amico Giorgio .46

Ora la terra e' nei vasi delle piante di casa, ma e' anche sul foglio, cosi' come nel bicchiere d'acqua che mi serviva per separare le sue componenti.

   Sabbia, limo ed argilla, meravigliosa questa, la piu' leggera, che si separa e scende lenta ad appoggiarsi al limo: cosi' ho studiato la composizione del terreno del futuro Bosco.

   Una palla di terra si e' formata bagnando il terreno raccolto nel campo. Curvato in un serpentello mi avrebbe indicato la presenza di una buona quantita' di limo ed argilla, poi, la sua eventuale chiusura ad anello mi avrebbe detto che l'assorbimento dell'acqua sarebbe stato non cosi' rapido da perdere i minerali di cui le piante necessitano. Insomma una buona terra per il progetto immaginato (lo so, avrei dovuto verificarlo prima e poi immaginare il Bosco: jolie surprise, dunque).

   40% sabbia (drenante), 40% limo (nutrimento trattenuto), 20% argilla (ulteriore nutrimento trattenuto, senza che il terreno sia difficile da lavorare). Ho ovviamente disegnato con le dita.

   Percentuali relative che oscillano e possibili giardini, possibili paesaggi che si moltiplicano nella combinazione delle particelle di sabbia, limo ed argilla. E' alchimia, si', come Richard Long che, con i guanti da cucina per non troppo perdere il contatto, disegna sul muro di 10 metri per 7 metri le impronte delle mani di colore terra, uguale al colore terra di ogni altro luogo, cosi' che la prima grotta dell'uomo si espande fino al cielo di luce ed ancora luce e non paura e buio in cui sapersi a partire dall'impronta della mano.

   Cosi' il tempo presente si rintraccia nel tempo identico della ricerca e del gioco in cui sappiamo ritrovare il nostro profilo. Pasticciando, pastrocchiando.

   Una volta un amico era in spiaggia con un amico. Scavavano architetture fatte di bastoni e costruivano buche nella sabbia. Una signora si ferma, li guarda e lancia un: "Ma che cosa state facendo?" e l'amico risponde: "Gentile signora, ha mai sentito la parola giuocare?!".

una volta, due volte, tre volte .44

Viene voglia di scrivere ogni volta finito di scrivere. Scrivere di giardini senza menzionare il nome di un giardino storico, il cosa ed il come si fa o un nome latino, senza nulla di tutto cio' che dimostra conoscenza della storia e della pratica dell'arte del fare giardini.

   Ignoranza di giardinaggio e di storia dei giardini ed allora soltanto una grande voglia di parlare rintracciando piccoli magneti di senso qua e la'. Negarlo sarebbe bugia e sostenere il contrario volgare.

   Semplicemente si tratta di una grande voglia di parlare di giardini seminando senso tra le immagini degli studi storici e nelle peripezie di una pratica di giardinaggio che non sara' mai abbastanza, ma a tal punto piena di cielo, che l'ignoranza e la contentezza si toccano in tangenza: i fiori normalmente sbocciano a primavera, le foglie di alcune piante si colorano d'autunno ed i petali di altri fiori colorano i rami nudi mentre la neve di Febbraio cade... su altri fiori che colorano di bianco la neve.

   Non c'e' senso alcuno nelle ultime tre righe e qui non si impara a piantare perche' credo sia importante scrivere di qualcosa d'altro. Poi, se uno vuole, il giardinaggio lo impara da qualche altra parte, come pure le discussioni sulla qualita' del verde cittadino le puo' sempre sentire da qualche altra parte insieme alla descrizione di quanto e' meraviglioso il parco di Rousham.

   Quello che mi preme e' un certo modo costruttivo di guardare al giardino, parco, albero, foglia, giochi a palla, altalene chiassose. E' l'approssimazione letteraria di una sensazione di benessere che si svolge per associazioni di immagini e ha come risultato sperato la costruzione di un bisogno. Il resto per me non conta. Ecco perche' viene voglia di scrivere: per non perdere il contatto della pianta dei piedi con il prato verde.

   Ne ho visti tanti di prati o lo stesso prato un'infinita' di volte e non riesco a separare l'immagine del verde da quella del tea con la fetta di torta la domenica, seduto tra anziani che si alzano cortesemente e si prendono mano nella mano tra giovani coppie di ogni genere. Questo e' il giardino, parco, albero, foglia, giochi a palla, altalene chiassose, il resto e' tutto cio' che si perde nel rumore vero della dimenticanza del bisogno di certe sensazioni e la loro curiosita'.

   Basta fare l'abitudine a questo modo di camminare, una volta, due volte, tre volte...

lo scoiattolo giardiniere .43


Alberi e vento vanno insieme: se sia il vento a far muovere le fronde o siano invece le fronde a generare il vento non si sa. Ghiande e tavoli nel parco, anche, vanno insieme, se non fanno centro nel bicchiere davanti a me perche' allora ghiande e bicchieri vanno insieme. Queste due ghiande sono cadute sul mio tavolo, con il forte vento di oggi.

   Se fossero cadute in terra e nel parco ci fossero gli scoiattoli, questi le prenderebbero e le porterebbero chissa' dove a nasconderle per la riserva invernale. Gli scoiattoli poi non avendo buona memoria dimenticherebbero i nascondigli di centinaia di ghiande. Mangerebbero comunque le noccioline che tutti noi non vedremmo l'ora di offrire loro, quindi, niente paura, sopravviverebbero senza problemi all'inverno.

   Comunque le ghiande sarebbero li' sotto e germoglierebbero. Germogliano. Nascono cosi' le querce che vediamo in giro, nei parchi con scoiattoli, a disegnare un nuovo parco alla prima pioggia di primavera. Dipende solo dalla gestione dello sfalcio se dare corda a questa fantasia di scoiattoli oppure riportare tutto all'ordine.

   Due ghiande fuori dal bicchiere e due nuove querce nel parco. Il parco si muove.

   Confesso che qualche anno fa mi era venuta l'idea pirata di portare due scoiattoli (uno non basta) nel nostro parco cittadino. Il secolo diciannovesimo ha fatto i nostri grandi giardini privati come fossero grandi aiuole. Mi immaginavo dunque cosa sarebbe diventata la nostra amata grande aiuola cittadina se gli scoiattoli ne avessero preso possesso: l'idea e' durata un paio di secondi, per fortuna di quegli esserini. I quali esserini sono in realta' dei piccoli mostri che distruggono nidi e rovinano la corteccia degli alberi provocando danni letali qui e la'. Pero'... un parco senza di loro...

   Le querce sono gli alberi in assoluto piu' belli del paesaggio di ogni tempo e luogo, non perche' siano l'immagine di sogno degli alberi piu' antichi o perche' siano i piu' ricchi in termini di biodiversita' e non perche' siano gli alberi da sempre associati al fare legna, alla casa, alle sculture nelle chiese rurali, alla nascita e alla prospera crescita, bensi' perche' sono le Querce. Non c'e' nulla da spiegare.


   Quel nulla da spiegare che si forma come i valori comuni, che vengono a galla nel tempo, il tempo che scorre nella consuetudine della condivisione di una convivenza che dell'uso comune delle risorse fa la propria possibilita' di durata, il proprio immaginario, la propria estetica.


   Ecco come da millenni il Bello ed il Bene vanno insieme. Nulla da spiegare. Un respiro.

humilis ulmus .42

Montale direbbe che "riesce" al muro di cinta. E' l'olmo o meglio una crescita dalle sue radici che sta salendo nel caldo. E' l'olmo altissimo, come non se ne vedono piu', che cresce nel giardino ottocentesco di una casa privata qui vicino.

   La famiglie importanti della mia citta' alle volte lasciano che i propri giardini divengano rigogliosi rifugi della biodiversita', non li toccano dal secolo scorso. Felici dunque gli insetti, gli uccelli ed io quando passo lungo la strada che fiancheggia il muro di cinta. Un'ombra unica di due olmi piantati entro due aiuole dove le tappezzanti hanno nascosto chissa' quanti palloni da calcio, fermi ancora di piu' se oltre l'ombra c'e' l'Estate.

   Le foglioline d'olmo sui rametti appena formati alla base del muro resistono al caldo: di un verde denso, ovali dal margine seghettato e rugose in superficie, sembrano gia' grandi su rami gia' grandi. Hanno fretta!

   E' l'olmo, l'albero che ha dato nome al figlio di un amico, cosi' forte da tenere tutte le viti di questa campagna.

come .41

Chiara come il mare, come i baba', la musica, le lettere che si scrivono, i disegni, le matite colorate, i libri e i disegni ancora e la matita sul tavolo che rotola fino alla gomma e si ferma, come le sfogliatelle che arrivano, le calze color senape, il te alla menta, i mesi che passano veloci perche' il mare e' li', non ha bisogno di attendere, sempre vicino, come la scoperta che e' fatta di persone e si ritorna nuovi, si', si ritorna nuovi.

apre .40


Questa porta apre ad un giardino. Il verde sfocato di un albero, la terra bianca di polvere, il marrone che si fa blu. Chissa' perche' amo cosi' tanto i colori.

   Il vetro ha una patina che lo rende opalino ed il legno dietro diventa blu. Un bambino disegna il cielo blu. Chissa' chi diceva che il cielo e' cielo da lontano. Si' e' vero, il cielo da vicino e' l'aria e l'aria non si vede. Il blu allora e' un colore per cio' che non si vede. L'opalino del vetro rende cio' che accade oltre quasi fantasma, fatto d'aria e tutto cio' che succede li' si fa blu. Ecco come il legno della porta da marrone muta in blu: si fa d'aria, come il giardino di Luciano, un giardino che e' un giardino da lontano.

green red yellow blue .39

Palloni rossi, gialli e blu andati a finire sul tetto vegetale piantato di fiori selvatici. Cosa si vuole di piu'.

perimetro di canti .38

Oggi ho stampato le tavole per un giardino.

   I due committenti si sono incontrati su scelte d'affezione e senza timore si sono lasciati portare da un'onda di graminacee+erbacee perenni.

   4000mq: mare aperto sul quale si increspano i 55x10 metri di Deschampsia cespitosa a nascondere e rivelare sparse le erbacee perenni, mentre piu' giu', alberi singoli, calmi.

   Una vigna, un orto, un piccolo frutteto, siamo in campagna ed in campagna gli uccelli hanno bisogno di cercare dove fare il nido, il deserto verde e' un po' troppo grande anche per loro. Crescera' dunque una siepe selvatica di Acer campestre, Carpinus betulus, Crataegus monogyna, Crataegus Oxyacantha, Prunus spinosa: il perimetro del giardino, presto popolato di canti.

   Cosa puo' un giardino! ... Credevo capitasse soltanto nella combinazione: committenza mercantile olandese/Piet Oudolf... Mi inchino al maestro e ai suoi disegni e corro lungo la siepe.

hedge/siepe .37

Questa sera un ricordo di cosa ovvia, assodata, serena: la siepe selvatica in Inghilterra.

   Paul Eluard e Man Ray avevano fatto nel 1935 un libretto di poesie che accarezzavano i profili di Noush Eluard e l'avevano chiamato FACILE dove il senso e' la bellezza stessa di Noush coniugata in tutti i suoi tempi possibili fino a restituirla al suo eterno presente da cui sempre essa proviene.

   Ogni volta si tratta di: FACILE versus "Perche...?", versus il domandarsi da cosa deriva la chiusura, la difficolta' di condivisione intorno, il domandarsi come mai qui non si respira quell'ossigeno ed altrove si', il domandarsi ed il domandarsi ancora, che si innesca per prendere le misure e mantenere la rotta.

   Ecco, quel FACILE e' in verita' l'unica rotta da tenere, prima ancora di innescare il punto di domanda. Si', non c'e' bisogno di capire il perche' delle chiusure dei cuori, l'abbiamo gia' saputo come misto di ignoranze e paure... FACILE!

   La siepe selvatica, the wild hedgerow, e' cosa complessa, come i giochi dei bimbi che battono le mani che si intrecciano sempre piu' velocemente tra i cui disegni gli uccellini fanno i loro nidi, di passaggio, la Primavera ed attenzione a non potare quando siamo gia' in Aprile ed i piccoli ancora nel loro limbo, mi raccomando.

Zyryab .36

E' di fuoco lungo le corde, e' il giallo caldo, il rosso soltanto alla luna, persiano di origine, camminava per un giardino blu, l'Inverno le mani fredde da riscaldare, battere il tempo, batterlo fin da bambino quando imparava, chissa' chi era il maestro, la stanza nella casa, il patio a Cordoba, corde di budello, d'aria, il giardino e' sempre li', la sabbia gli e' sopra da molto, sopra anche al suono che cosi' ha potuto trasportarsi in quell'aria piu' ad ovest, la' dove il colore va a coricarsi senza dormire.

   Per anni sono andato in Andalusia, chissa' perche' ed e' la' che ho visto i giardini arabi, gli aranci ed i cerchi di mattoni, l'alba nella filigrana gialla del muro dopo le case basse, l'acqua fino in alto, verde e blu davanti alle foglie ed alle maioliche.

   Non puo' esserci giardino senza queste cose. Non puo' esistere un giardino senza l'acqua perche' e' l'acqua che lo fa cominciare nella mente, come il muschio non e' causa di nulla, soltanto indica l'ombra umida, l'edera che fa piu' belli gli alberi.

   Quest'acqua che piove in gocce in fili scolpiti nel marmo bianco e' il segno dell'attenzione a lasciare indietro ogni cosa che passa, che batte il tempo e nascono le note che diventano calde la notte e passano in altre note, sempre altri noi dalla Persia a Cordoba e durano, solo che le si lasci piovere, scaldare le mani come il marmo l'estate, solo che le si guardi passare, come Paco de Lucia con il musico Zyryab.

il posto delle fragole e le rane .35

Sulla strada per il mare sono andato a cercare un mio posto delle fragole di quando, a dieci anni, seduto sul muretto di un canalino di scolo ho cercato di pescare le rane... La casa di campagna dell'Alda ed Alberto, fratello del Michelangelo dei film.

   Perche' le rane sono tanto selvatiche quanto poco furbo e' il bambino di citta' che le immagina uscire allo scoperto e saltare sulla calza legata al filo.

   Un canalino e l'angolo di una casa. Un prugnolo grande. Mi fermo a sensazione. Il muretto e' li', nascosto dal prugnolo.

   Cara Alda, ho mangiato alcuni frutti... Mi aveva raccontato che un giorno, ai piedi della quercia, ero stato seduto a guardare l'albero per un bel po'. Il caldo, lentissimo da riprendere con la macchina da presa, faceva cominciare l'Estate.

il signor Dario .34

Lo chiamo perche' voglio visitare il suo parco, oasi, bosco... non so, ne ho sentito parlare. Sono curioso. Vicino a Ferrara. Conosco di vista il signore, maestro di Yoga di un amico e cugino di un altro. Prendo la macchina e mi avvio mentre in alto il vento ed il sole sono splendidi.

   Mi invita ad entrare, attraverso il soggiorno, di qui una fotografia, una seggiola ed una vetrata bianca di luce, mi apre la porta del giardino.

   Si chiama London Wetland Centre, siamo a Londra e Peter Scott l'ha immaginato. Si chiama sogno e l'intelligenza per realizzarlo. E' il bisogno di vivere in un paesaggio piu' ricco di quello che ci sta nutrendo e via, creare connessioni di persone, discussioni e denaro... che qualcuno poi, magari offre, innamorato della stessa necessita' e sicuramente piu' facoltoso.

   Ferrara ed il London Wetland Centre: non posso che descrivere la passeggiata di ieri per riflessi molteplici di un'unica cosa meravigliosa, cosi' che a poco a poco si approssimi l'immagine che desidero comunicare. Quell'immagine senza connessioni reali in cui idea e paesaggio geograficamente percorribile si tengono insieme per diventare sentieri, viste, serenita' profonde e durature.

   Anche Peter Scott era cugino di qualcuno e qualcun'altro avra' varcato la soglia per entrare in un soggiorno e, una sedia, una fotografia: Peter Scott non fece in tempo a vedere completate le immense vasche del progetto meraviglioso che a sud del Tamigi, in una delle piu' inquinate capitali degli anni sessanta, avrebbe avuto la forza di inondare un'area sottratta al densificarsi dell'edificazione urbana e permettere a me, naso in su, di vedere anatre volare e nidificare nel centro di Londra. Era il presidente del WWF non a caso. Aveva ucciso in una battuta di caccia un uccello e da quel momento ha offerto la propria vita ai nuovi nati, che nascessero e vivessero a migliaia, con Londra sotto, dal mare e le terre acquitrinose dei vecchi porti.

   Lascio Londra e l'acqua si increspa al vento da una vasca di 4m, ad un'altra di 2m e da li' ad un'altra ancora che si copre di 10cm: "... Per gli uccelli con le zampe corte..." passando da canale a canale per la campagna ferrarese, rinfrescandosi dell'acqua che emerge da uno scavo di 8m "... Vedi, la' dove c'e' l'isolotto con il salice...".  Spazi creati dove non si mette piede. La porta del giardino e' aperta e diventa verde e blu davanti, dove ci si inchina alle plantumazioni, scavi e cure alla cosa fatta il giorno prima, ogni giorno dopo. E' la scala di tutto cio' che mi tocca, quasi non mi accorgo dei miei amati biancospini perche' e' la scala di tutto cio' che mi tocca, un fuori scala rispetto alle mani.

   Un bosco di piante da margine boschivo, l'erba alta, un sentiero in movimento tra gli alberi i cui frutti ci sporcano le dita "... Ma tu non ti sporchi?! ... Ah no, mi pareva!...". Ed un cerchio disegnato nel terreno per vie di sogno scozzesi per essere felici, perche' come tramite riusciamo ad esserlo, riusciamo a fare le cose, cosi' che la strada si formi ospitale: mi accoglie, come le erbe selvatiche che non si puo' evitare vi prendano dimora. Riprendiamo il sentiero.

   Il caspo di insalata tagliato per me e' li' davanti sul viottolo, messo li' prima cosi' che mi ricordassi di prenderlo sulla via del ritorno. Sull'argine, a sinistra il sole e' piu' giallo, la strada bianca davanti.

il giardino ed il deserto .33

Una distanza separa il muoversi alla stessa velocita' della Terra, dove le cose e le loro persone accadono ed il fare giardini. E' la stessa distanza che sta tra il guardare dal di qua di un vetro e l'andare oltre quel vetro. Per stare al di qua degnamente e' richiesta una distanza critica, che si impara con gli anni contro la propria sicurezza, per chi ce la fa. Ma c'e' chi ha rotto quel vetro ed e' passato oltre e per un po' si e' mosso a quella velocita'. Pero' averlo nel sangue e' tutta un'altra cosa e dopo un po' qualcosa riporta a casa. O meglio, dopo un po' ci si calma e si entra in un giardino.

   Lo chiamo giardino perche' i Paradisi erano gli spazi circondati da mura nell'immenso deserto della Persia dove alberi da frutta crescevano: giardini. Il muro era alzato per impedire al deserto di cancellare l'operato del giardiniere. Difendersi non da nemici, ai quali quel muro faceva un baffo, ma dal deserto che via via entra e infido si fissa tra le piante ed il lavoro necessario a coltivarle, indebolendo l'incanto. Incanto necessario per vedere un giardino dalla sabbia.

   L'incanto si annichilisce se la velocita' e' fuori scala per le proprie gambe ed i propri occhi. Cosi' nasce il giardino. Cosi' se e' vero che la distanza critica deve venire a galla con l'esperienza -unico antidoto all'inadeguatezza- e' pur vero che il coltivare il proprio Paradiso e' un sacrosanto omaggio all'incanto.

traveller's joy .32

Una passeggiata per i campi ed ecco la tovaglia coperta di erbe commestibili: Chenopodium album, Portulaca oleracea, Potentilla reptans, Medicago sativa, Artemisia aquatica, Trifolium repens, Malva sylvestris, Polygonum aviculare, Veronica persica, Oxalis acetosella, Matricaria chamomilla, Urtica dioica, Parietaria officinalis, Agropyrum repens, Taraxacum officinale, Plantago lanceolata, Capsella bursa-pastoris, Clematis vitalba.

   Con un ennesimo sforzo dovrei ricordarmeli...

   La Capsella si chiama "Borsa del pastore" ed e' ovviamente la piu' simpatica, ma il fatto che la Clematide si possa mettere nella zuppa mi fa felice e mi sento il traveller la cui gioia da il nome inglese alla pianta.

"garden me" / A writing about a wished frontier for the natural gardening

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Ecological Planting Design

Ecological Planting Design

Drifts / Fillers (Matrix) / Natural Dispersion / Intermingling with accents/ Successional Planting / Self seeding
What do these words mean? Some principles of ecological planting design. (from the book: "A New Naturalism" by C. Heatherington, J. Sargeant, Packard Publishing, Chichester)
Selection of the right plants for the specific site.
Real structural plants marked down into the Planting Plan. The other plants put randomly into the matrix: No. of plants per msq of the grid, randomly intermingling (even tall plants). Succession through the year.
Complete perennial weed control.
High planting density. Close planting allows the plants to quickly form a covering to shade out weeds.
Use perennials and grasses creating planting specifications that can be placed almost randomly.
Matrix: layers (successional planting for seasonal interest) of vegetation that make up un intermingling (random-scattering) planting scheme: below the surface, the mat forming plants happy in semi-shade, and the layer of sun-loving perennials.
Plants are placed completely randomly: planting individual plants, groups of two, or grouping plants to give the impression of their having dispersed naturally. Even more with the use of individual emergent plants (singletons) that do not self-seed, dispersed through the planting.
An intricate matrix of small plants underscores simple combinations of larger perennials placed randomly in twos or threes giving the illusion of having seeded from a larger group.
The dispersion effect is maintained and enhanced by the natural rhythm of the grasses that give consistency to the design. They flow round the garden while the taller perennials form visual anchors.
Allow self-seeding (dynamism) using a competitive static plant to prevent self-seeders from taking over: Aruncus to control self-seeding Angelica.
Sustainable plant communities based on selection (plants chosen for their suitability to the soil conditions and matched for their competitiveness) and proportions (balance ephemeral plants with static forms and combinations such as clumpforming perennials that do not need dividing: 20% ephemeral, self-seeding plants, 80% static plants) of the different species, dependent on their flowering season (a smaller numbers of early-flowering perennials, from woodland edges, which will emerge to give a carpet of green in the spring and will be happy in semi-shade later in the year, followed by a larger proportion of the taller-growing perennials which keep their form and seed-heads into the autumn and the winter).
Year-round interest and a naturalistic intermingling of plant forms.
Ecological compatibility in terms of plants suitability to the site and plants competitive ability to mach each other.
Working with seed mixes and randomly planted mixtures.
Perennials laid out in clumps and Stipa tenuissima dotted in the gaps. Over the time the grass forms drifts around the more static perennials and shrublike planting while the verbascum and kniphofia disperse naturally throughout the steppe.
Accents: Select strong, long lasting vertical forms with a good winter seed-heads. Select plants that will not self-seed, unless a natural dispersion model is required.
Planes: if designing a monoculture or with a limited palette, more competitive plants may be selected to prevent seeding of other plants into the group.
Drifts: to create drifts of naturalistic planting that are static in their shape over time use not-naturalizing, not self-seeding, not running plants.
Create naturalistic blocks for the seeding plants to drift around. For the static forms select plants that do not allow the ephemerals to seed into them.
Blocks: use not-naturalizing species, in high densities, in large groups.
Select compatible plants of similar competitiveness to allow for high-density planting (to enable planting at high density in small gardens).
Achieve rhythm by repeating colours and forms over a large-scale planting.