weed beds .224
"[...] e, alla fine dell'inverno, pettini le erbe."
Cosi' Henk Gerritsen in un biglietto alla sua ultima cliente.
Indica come pulire le graminacee all'arrivo della primavera, con la mano aperta, a raccogliere tra le dita i filamenti d'erbe, quando febbraio e' gia' il primo mese di primavera.
Weed beds/aiuole di erbacce
Siamo oltre il giardino, quando le cose fatte e viste in una vita sono tutta la nostra contentezza e il Libro dell'ospitalita' si e' aperto alla mano.
Piantala! .223
Piantala! seconda edizione
E chi l'avrebbe detto che insegnare le cose apprese a Londra+dopoLondra sarebbe stata una bellissima cosa?! Una studentessa e' contenta del corso, ora puo' progettare il proprio giardino. C'est tout.
Ore di progetto, cerchi disegnati, incastri, combinazioni, altezza-larghezza, successione, il colore quasi non importa piu' e alla fine della decima lezione il giardino e' diverso da quello immaginato; il colore dei fiori lascia il posto alla comunita' vegetale...
Il giardino scopre la natura da cui proveniva senza saperlo e cui torna ad aprirsi in riconoscenza. Volevo insegnare proprio questo. Le piante indicano come progettare aprendo il disegno ad un'attenzione nuova: la scienza del suolo poi la botanica quindi il progetto di un planting plan dapprima semplice, poi molto complesso.
Un primo foglio aperto senza un contorno poi il contorno a spigolo e poi curvo. Un secondo foglio aperto senza un contorno e con limiti molto piu' ampi dove la singola pianta cede il passo alla percentuale dei propri esemplari 70%, 20%, 10% e il giardino e' fatto.
Comincia la matrice e i volti si adombrano, stanno attenti un po' di piu'; si ripete e i volti si rasserenano. Sono cose complesse come un campo d'erba picchiettato di fiori selvatici, un campo dove la strada non c'e' ancora. Cose semplici. Bisogna imparare a dare nomi alle cose che si vedono e ordinare questi nomi in modo che uno e poi l'altro si fissino sul foglio a descrivere quel prato davanti agli occhi secondo gli strumenti del disegno.
Bisogna partire da cio' che piace, cio' che si e' visto: il bosco, la prateria, il prato di montagna, il muro a secco su cui crescono le piante al sole. La descrizione di queste cose diventa un giardino; il giardino della studentessa che ha appreso a dare nomi alle cose davanti a casa.
E chi l'avrebbe detto che insegnare le cose apprese a Londra+dopoLondra sarebbe stata una bellissima cosa?! Una studentessa e' contenta del corso, ora puo' progettare il proprio giardino. C'est tout.
Ore di progetto, cerchi disegnati, incastri, combinazioni, altezza-larghezza, successione, il colore quasi non importa piu' e alla fine della decima lezione il giardino e' diverso da quello immaginato; il colore dei fiori lascia il posto alla comunita' vegetale...
Il giardino scopre la natura da cui proveniva senza saperlo e cui torna ad aprirsi in riconoscenza. Volevo insegnare proprio questo. Le piante indicano come progettare aprendo il disegno ad un'attenzione nuova: la scienza del suolo poi la botanica quindi il progetto di un planting plan dapprima semplice, poi molto complesso.
Un primo foglio aperto senza un contorno poi il contorno a spigolo e poi curvo. Un secondo foglio aperto senza un contorno e con limiti molto piu' ampi dove la singola pianta cede il passo alla percentuale dei propri esemplari 70%, 20%, 10% e il giardino e' fatto.
Comincia la matrice e i volti si adombrano, stanno attenti un po' di piu'; si ripete e i volti si rasserenano. Sono cose complesse come un campo d'erba picchiettato di fiori selvatici, un campo dove la strada non c'e' ancora. Cose semplici. Bisogna imparare a dare nomi alle cose che si vedono e ordinare questi nomi in modo che uno e poi l'altro si fissino sul foglio a descrivere quel prato davanti agli occhi secondo gli strumenti del disegno.
Bisogna partire da cio' che piace, cio' che si e' visto: il bosco, la prateria, il prato di montagna, il muro a secco su cui crescono le piante al sole. La descrizione di queste cose diventa un giardino; il giardino della studentessa che ha appreso a dare nomi alle cose davanti a casa.
l'Europa del giardino .222
Articolo da scrivere attraverso la descrizione. Imparare da Richard Long.
Le fabbriche del bacino della Ruhr sono un pieno cui i giardini storici della regione fanno da contraltare. Ora che quelle fabbriche sono parchi, si coglie la differenza tra le epoche, disegno e disegno.
La modernità delle fabbriche narrava una durezza che il disegno dei giardini storici per committenti privati porta sotto la superficie della sua leziosità. Ora i parchi delle fabbriche, nel loro discorso aperto parlano la stessa libertà di cui parlano i giardini storici divenuti aperti al pubblico. Il giardino non si tiene entro mura ed anche rompe le mura esistenti, le supera, entra dentro la citta' e le riconcilia avvolgendole in una nuova narrazione dove il muro stesso diventa occasione di gioco. È il contagio della libertà.
"I remember how you touched the walls of the old smelting work in Duisburg and told me that you learned at school that the Ruhr, with its coal mines and steelworks, is the power of Germany and now you could see and feel it – and realize the metamorphose of the former smelting work to a park." Wolfgang mi invita cosi' a scrivere un testo sul paesaggio della Westfalia e la Renania del Nord. Riprendono le note.
Il disegno storico è concluso in sè, è guardato dall'alto. Il disegno contemporaneo è aperto, camminato dentro, dettato quasi come descrizione di ciò che si incontra nel camminare senza meta, senza più qualcosa da dire perché la bellezza dell'esistente, che si apre davanti a sè, è così rigenerante da bastare.
Bastare alla persuasione, a tal punto, da diventare necessaria.
Così il disegno contemporaneo necessita delle occasioni casuali che trova sul terreno nel proprio formarsi e prender queste opportunità come uno scalatore che coglie la fessura più opportuna dove mettere le dita/la fessura dove i semi portati dal vento entrano nell'asfalto e lo popolano in pochi anni, plasmando con il proprio uso del suolo la materia in cui si erano posati.
Il disegno ha la pazienza di attendere che gli esiti formali dell'immaginazione che lo guida sulla carta trovino le loro proprie vie, le loro occasioni per prender vita. A volte la vita prende forma nell'apertura dei bordi del disegno, i bordi del giardino al pubblico, altre volte nella narrazione che i frammenti -non ricomponibili- lasciati dalla storia scriveranno coinvolti in un uso diverso, nuovo di chi entrerà in quel disegno. Disegno aperto. Disegno che ha imparato dalle erbe spontanee a non racchiudere, a seguire quelle stesse erbe, che escono sempre dal disegno, escono sempre dal giardino.
Il giardino italiano è sedimentato nella storia dell'architettura; la forma è data.
Il parco in Nord Westfalia prende forma nell'uso; e' l'uso che misura l'assenza di forme storicizzate che caratterizza la sua spazialità, tutta dunque da nominare e anziché calcare forme precostituite, anziché affermare, si scopre quale attitudine ad una forma che appunto è una forma d'uso, una forma di scambio, forma condivisa. Mi piace pensare cosi'.
Forma che tiene conto del Tempo, il tempo dei suoi utenti; forma necessariamente aperta, disponibile.
Lavorare insieme al Tempo. Il Tempo che nella progettazione (partecipata?!), fa risuonare il concetto di capability, quella capacita' che insieme e' anche possibilita', custodite in una sola parola che ha a che fare con il Tempo e la fiducia individuale nel miglioramento della propria condizione di vita; questo ambito in cui la persona si potenzia a partire dalla propria Liberta'.
Questa è un'apertura nella maglia dell'approccio allo spazio verde attraverso la quale il selvatico, il dimenticato, l'escluso riesce a passare e a germogliare. Questa e' l'Europa del giardino.
Poussin e il leprotto .221
Staccare. Combinare. L'astrazione e' una grande cosa. Si leggono le cose davanti. Si raggruppano per somiglianza. Si staccano quelle che la memoria riconosce piu' adatte e, nel modo che l'immaginazione ritiene piu' funzionale, si combinano altrimenti. Il tutto su un foglio di carta.
E' un parco che il mio amico Jacopo e io stiamo progettando. Due elementi del nostro paesaggio rurale, margini boschivi e siepi selvatiche, diventano corridoi ecologici. Ovunque vorrei creare siepi selvatiche e margini boschivi -perche' Poussin e' venuto prima di me e io dopo e gliene sono grato- e poi perche', in quel deserto che la campagna coltivata rappresenta per un leprotto, anche per poche decine di metri, nascosto tra siepi basta un metro in meno e la volpe non ti mangia.
Stacco e combino: l'esperienza del Bosco Claudio Abbado, il margine boschivo che nel 2015 era nato nel quartiere Barco a Ferrara, diventa qui un ponte. Anzi due. Si tendono tra due ampi spazi progettati a bosco attraverso una radura che cosi' si fa sicura per tutti gli animaletti che attraversano la campagna intorno.
Primo step con l'amministrazione/passato. Sensibilizzare, raccontare, persuadere o Dell'evidenza di cio' che e' bene.
bentornate pagine! .220
Se non mi sbaglio era giusto un anno fa quando le pagine del Manfredi's garden avevano smesso di aprirsi per una loro qualche ragione e l'inerzia tecnologica che contraddistingue certe persone aveva alzato le mani fino a data da destinarsi, fino a questa sera di gennaio in cui sono tornate a riaprirsi.
Cosa e' successo in questi 12 mesi?!
Ho rischiato di parlare piu' di rigenerazione urbana che di giardini tanto che, forse perche' un po' stizzito, l'ultimo giardino se n'e' andato sopra un muro e non si lascia calpestare. E' a casa di un'amica di 90anni perche' i suoi occhi vogliono vedere i colori della primavera; la prossima, vicina, le giornate piu' lunghe gia' da oggi con l'odore di legno e di muschietto inebriante da queste parti.
Ho visto i parchi della Renania del Nord fatti di acciaio e fiori di una campagna che ha lasciato la polvere del carbone per un accordo di cento chilometri di parchi e 50 citta', cittadine e villaggi, tenuti all'insegna di uno sguardo da rinnovare tutti insieme e nello stesso momento nel brevissimo arco di dieci anni. Forse questo mi fa amare ora la rigenerazione urbana ed e' per questo che i giardini non me ne vogliono (a parte quello verticale). Ne ho scritto in un paio di pagine.
E' anche successo che il Bosco Claudio Abbado, con cui si era magicamente chiuso il 2015, si sta muovendo sulle sue radici per diventare "due"... ricordate, procedeva per moduli, riconoscibili, ottimizzati, un po' piu' facili da mettere a dimora, come un percorso a scommesse: "... Dai che si arriva fino al Po!" con un Parco di nuova generazione dove il margine Nord-Ovest di una splendida citta' si fa piu' sensibile.
Vorrei parlare qui di rigenerazione urbana perche' e' cosi' legata al verde pubblico e al modo in cui attraverso esso gli occhi di un'intera citta' possono cambiare... L'abbiamo sperimentato e ha funzionato. In piccolo. Un'altra volta, ancora in piccolo. Un'altra ancora. Ed erano gia' tre e poi quattro. Guardiamole dall'alto e non sono piu' una, due, tre, ma quartieri interi che rinnovano la fiducia che l'interesse pubblico e privato nei loro confronti stia rinnovandosi con modalita' nuove, forse piu' vicine ed efficaci. E' una scommessa? Direi che e' l'unico modo realistico di procedere quando tanti e tanto diversi sono coloro che ne godranno. Vorrei parlare di questo, ma non lo faccio, queste pagine tornano ai giardini.
Cosa e' successo in questi 12 mesi?!
Ho rischiato di parlare piu' di rigenerazione urbana che di giardini tanto che, forse perche' un po' stizzito, l'ultimo giardino se n'e' andato sopra un muro e non si lascia calpestare. E' a casa di un'amica di 90anni perche' i suoi occhi vogliono vedere i colori della primavera; la prossima, vicina, le giornate piu' lunghe gia' da oggi con l'odore di legno e di muschietto inebriante da queste parti.
Ho visto i parchi della Renania del Nord fatti di acciaio e fiori di una campagna che ha lasciato la polvere del carbone per un accordo di cento chilometri di parchi e 50 citta', cittadine e villaggi, tenuti all'insegna di uno sguardo da rinnovare tutti insieme e nello stesso momento nel brevissimo arco di dieci anni. Forse questo mi fa amare ora la rigenerazione urbana ed e' per questo che i giardini non me ne vogliono (a parte quello verticale). Ne ho scritto in un paio di pagine.
E' anche successo che il Bosco Claudio Abbado, con cui si era magicamente chiuso il 2015, si sta muovendo sulle sue radici per diventare "due"... ricordate, procedeva per moduli, riconoscibili, ottimizzati, un po' piu' facili da mettere a dimora, come un percorso a scommesse: "... Dai che si arriva fino al Po!" con un Parco di nuova generazione dove il margine Nord-Ovest di una splendida citta' si fa piu' sensibile.
Vorrei parlare qui di rigenerazione urbana perche' e' cosi' legata al verde pubblico e al modo in cui attraverso esso gli occhi di un'intera citta' possono cambiare... L'abbiamo sperimentato e ha funzionato. In piccolo. Un'altra volta, ancora in piccolo. Un'altra ancora. Ed erano gia' tre e poi quattro. Guardiamole dall'alto e non sono piu' una, due, tre, ma quartieri interi che rinnovano la fiducia che l'interesse pubblico e privato nei loro confronti stia rinnovandosi con modalita' nuove, forse piu' vicine ed efficaci. E' una scommessa? Direi che e' l'unico modo realistico di procedere quando tanti e tanto diversi sono coloro che ne godranno. Vorrei parlare di questo, ma non lo faccio, queste pagine tornano ai giardini.
i pregiudizi del bosco .218
Ricordo quando noi, studenti di architettura seri, sorridevamo al fatto che le studentesse di legge stessero sui libri con gli evidenziatori alla mano. Fino al momento in cui non mi innamorai di un'appassionata di diritto costituzionale che ne usava 5.
Anche in ambito botanico i pregiudizi non reggono e seppure il suo codice del colore mi sfugga mi fido del signor gigante-buono-Marco che nella messa a dimora degli alberi al Bosco Claudio Abbado segue una mappa su cui ne ha usati 4.
Anche in ambito botanico i pregiudizi non reggono e seppure il suo codice del colore mi sfugga mi fido del signor gigante-buono-Marco che nella messa a dimora degli alberi al Bosco Claudio Abbado segue una mappa su cui ne ha usati 4.
i nomi del bosco .216
Acer campestre, acero
campestre
Alnus glutinosa,
ontano
Corylus avellana,
nocciolo
Cotinus coggygria
‘Royal Purple’, sommacco selvatico
Cydonia oblonga,
melocotogno
Euonymus europaeus
‘Red Cascade’, evonimo
Fraxinus angustifolia
‘Raywood’, frassino meridionale
Malus domestica
‘Abbondanza’, melo
Malus domestica
‘Durello’, melo
Mespilus germanica,
nespolo
Parrotia persica,
parrotia
Prunus persica
‘Platicarpa’, pesco
Punica granatum,
melograno
Pyrus communis
‘Giugnola’, pero
Pyrus communis
‘Moscatello’, pero
Quercus robur, farnia
Rosa canina, rosa
canina
Sambucus nigra,
sambuco
Ulmus minor, olmo
campestre
Viburnum opulus,
viburno
come nasce il bosco Claudio Abbado a Ferrara .214
Penso a “La grande
zolla” di Albrecht Dürer
Siamo nel 1503 ed il
32enne Dürer acquerella una porzione di campo di erbe selvatiche.
Un paio di anni
dopo, nel suo secondo viaggio in Italia, Dürer e' a Ferrara dove
visita il cantiere della cinta fortificata di Biagio Rossetti. Sta
raccogliendo elementi per uno studio sulla difesa delle citta' che
sviluppera' negli anni successivi fino alla pubblicazione di un
trattato nel 1527 con il titolo:
Alcune istruzioni
sulla difesa della città, delle fortezze e dei borghi.
E' un trattato
scritto per difendere.
L'arte della guerra
era cambiata radicalmente con la comparsa delle armi da fuoco; quasi
divenuta una disciplina sconosciuta per la prima volta dopo secoli.
Le armi da fuoco
allontanano il contatto fisico e portano con se' l'invisibile e il
rumoroso. La valenza psicologica della paura per qualcosa di
invisibile e rumoroso davanti a se' e' paralizzante.
Il comparire di
questi fattori psicologici sconosciuti si accompagnava ad un'altra
scoperta: la struttura degli apparati difensivi delle citta', le
mura, si rivelava improvvisamente inadeguata.
Le alte mura non
erano piu' utili a nessuno: il colpo di cannone non arrivava molto in
alto, ma era terribilmente potente come nessun ariete era mai stato.
Un colpo basso, distruttivo cui non si puo' opporre altra resistenza
al di fuori dell'attutirlo, assorbendolo nella massa muraria, una
resistenza che magari puo', nel migliore dei casi, anche schivare il
colpo. Le mura dovranno essere relativamente basse, molto spesse e
possibilmente seguire una linea spezzata atta a schivare i colpi.
Occorreva trovare una forma nuova, una forma adatta.
Di questa forma
ragionano il duca d'Este e il suo architetto Rossetti ed e' questa
forma che il giovane Dürer giunge a studiare nel cantiere delle
nuovissime fortificazioni di Ferrara.
Un uomo di 32 anni cammina in un campo di fiori selvatici, preleva una zolla dal terreno e la porta nel proprio studio per ritrarla.
Dürer sceglie
quanto di piu' delicato ci sia, dei fili d'erba e allo stesso tempo
(forse allora solo vaga idea) coltiva nella propria mente uno studio
dedicato al difendere le citta'.
Questo fa slittare
l'acquerello ben oltre il virtuosismo di uno studio dal vero.
Dürer riesce a
tenere insieme due mondi cosi' distanti: fili d'erba e
fortificazioni; forse cio' che ci e' caro si tiene in un'unica
tensione con cio' che e' in grado di difenderlo.
I tempi di Dürer
necessitavano di nuove difese delle citta'; questa e' stata la sua
urgenza al punto da dedicarvi una porzione della propria vita. Erano
tempi certo non sospetti di crisi ambientale eppure
contemporaneamente alla presenza di quell'urgenza, dei fragilissimi
fili d'erba diventano il suo acquerello piu' alto.
Cio' di cui parla
quel piccolo rettangolo di pergamena di 31cm per 40cm e' un senso
profondo della bellezza colta da un'intelligenza capace di coniugare
il verbo proteggere ad ogni scala, dalla piu' piccola alla piu'
grande.
Ed e' questo che
rende l'acquerello di Dürer vicino a noi piu' di quanto immaginiamo.
"La grande
zolla" ci parla di uno stato d'animo sospeso, a meta' tra il
senso della fragilita' e l'urgenza del difenderla; uno stato d'animo
cosi' presente e diffuso in noi che bastano dei fili d'erba perche'
esso affiori. Noi abbiamo bisogno di difendere qualcosa che si e'
esteso oltre le mura delle citta', qualcosa che coinvolge l'intero
ambiente in cui viviamo: la nostra urgenza e' diventata un tutt'uno
con l'idea stessa di Ecologia.
Come progettista mi concentro sui tratti dell'acquerello e cerco di capire che cosa mi trattiene ad esso.
... Credo sia
qualcosa di relativo all'ordine di quei fili d'erba.
E' l'ordine poco
ordinato dei campi di fiori selvatici in cui ritrovo le condizioni in
cui io sto bene; l'ordine poco ordinato in cui ritrovo la mia idea di
equilibrio ecologico. Questo ordine e' la cifra attraverso la quale
"La grande zolla" diviene la rappresentazione piu' adeguata
di tale idea.
Mi domando se la
rappresentazione di un'idea possa riuscire a difendere quella idea
stessa.
La storia del
giardino e' la storia del continuo avvicendarsi di forme che hanno
rappresentato le urgenze particolari di chi li creava. Quanto piu' si
e' formata una coerenza tra l'urgenza e la forma che la
rappresentava, tanto piu' il giardino e' stato in grado di avere un
significato e durare.
Se c'e' coerenza tra
urgenza e forma, la rappresentazione di un'idea puo' difendere l'idea
stessa.
Quale forma puo'
rappresentare al meglio la nostra urgenza? Quale idea di forma e di
ordine abbiamo quando immaginiamo un parco?
Ancora davanti all'acquerello
Se "La grande
zolla" e' la rappresentazione piu' adeguata della mia idea di
natura, forse la sua caratteristica compositiva: quell'ordine poco
ordinato, puo' diventare strumento stesso del progettare.
La Natura ci offre
l'opportunita' di entrare in contatto con una bellezza le cui forme
non sono riconducibili ad una consueta idea dell'ordine in quanto
sono dettate dalle logiche che le piante seguono. Le piante quando
vengono lasciate libere di svilupparsi spontaneamente formano
comunita' vegetali di grande ricchezza. Occorre farsi mimetici di
tali paesaggi.
Occorre imparare a
disegnare non calandosi sul foglio dall'alto, ma tracciando la matita
sulla carta come se si stesse seguendo il proprio passo che si
avvicina al tronco di un albero e ne segue la chioma immaginandola
fra venti, quaranta, cento anni... che cosa succedera' quando il
sambuco si appoggera' alla quercia fra tre anni? Quasi che il
progettare fosse la descrizione di un qualche luogo visto chissa'
dove, chissa' quando, in cui siamo stati bene (questi sono i paesaggi
sedimentati, sfuggiti al controllo della progettazione di altri,
cento, duecento anni prima, dove il parco, uscito dal disegno, si e'
restituito alla Natura piu' ampia e la sua vegetazione all'ecologia).
Il rischio di non
ascoltare l'urgenza dell'ecologia e' che i parchi delle citta' in cui
viviamo non rappresentino piu' nulla per nessuno. Il rischio e' che
il paesaggio vegetale urbano si moltiplichi in forme intorno alle
quali non riesce a formarsi alcun senso di condivisione proprio per
il fatto che tali forme non difendono cio' che ci e' piu' caro. E se
la condivisione si indebolisce ad indebolirsi e' il senso stesso di
comunita' che su di essa si tiene.
Il giardino piu'
adatto a rappresentare la nostra urgenza sara' un giardino in grado
di farsi mimetico di comunita' vegetali esistenti, un giardino capace
di informarsi alle logiche delle specie vegetali.
Come nasce il progetto del Bosco Claudio Abbado?
Occorre introdurre
tre nozioni apprese durante gli anni di studio in un college di
Londra.
1'-Dall'arboricoltura:
area di bosco volontariamente abbandonata; un'area di sperimentazione
temporanea al fine di studiare il destino di gruppi vegetali
esistenti lasciati in stato di abbandono volontario.
2'-Boschi urbani:
aree abbandonate divenute boschi, gestiti dal LWT.
3'-Gilles Clément, rifugi di biodiversita': aree urbane non coinvolte dal mercato edilizio o dalla rete infrastrutturale che vengono popolate da una grande varieta' di specie vegetali.
3'-Gilles Clément, rifugi di biodiversita': aree urbane non coinvolte dal mercato edilizio o dalla rete infrastrutturale che vengono popolate da una grande varieta' di specie vegetali.
Queste tre
esperienze mettono in luce un fenomeno: l'apice di biodiversita'.
Bisogna introdurre
il significato di Successione Ecologica, il fenomeno secondo il quale
le specie vegetali, nel loro colonizzare un terreno vergine, si
succedono nella lotta all'approvvigionamento di luce, acqua e sali
minerali: da un primo stadio in cui i muschi e i licheni fanno da
pionieri, si passa attraverso i vari stadi intermedi delle erbe,
delle erbacee perenni e degli arbusti fino ad uno stadio finale in
cui la foresta prende forma con le sue specie arboree dominanti.
Nel corso di tale
successione il grado di ricchezza della biodiversita', ovvero la
ricchezza della varieta' delle specie animali e vegetali presenti,
non e' sempre lo stesso, cresce fino a raggiungere un picco. Questo
picco e' l'apice di biodiversita', ovvero il piu' alto grado di
varieta' delle specie vegetali ed animali presenti in un dato luogo.
Questo stadio corrisponde ad un insieme di erbacee perenni, arbusti
ed alberi simile a cio' che si trova nei margini boschivi, vale a
dire nei primi 20 metri che uniscono il bosco alla campagna, la
fascia del bosco piu' ricca di luce e di aria.
Tale apice di
biodiversita' e' uno stadio passeggero; il livello di biodiversita'
nel tempo comincia ad impoverirsi (per dominanza di alcune specie su
altre) fino a raggiungere una certa condizione di stabilita'.
Se si permette alle piante di svilupparsi secondo le proprie logiche,
concedendo loro di formare proprie comunita' vegetali, gli spazi
verdi riescono a generare autonomamente il massimo livello di
biodiversita' al proprio interno.
E' interessante
chiedersi se non si possa creare uno spazio vegetale in grado di
raggiungere in un tempo relativamente breve tale apice di
biodiversita' e se, una volta raggiunto tale stadio, non si possa
mantenerlo stabile nella sua ricchezza.
Il Bosco Claudio Abbado si propone come questo tipo di paesaggio.
Una fascia di
margine boschivo della superficie di 26 metri per 40 metri e' stata
immaginata come una unita' di paesaggio capace di tradurre in ambito
urbano la qualita' ambientale di un bosco. Il Bosco Claudio Abbado
combina due di tali unita' per uno sviluppo di 80 metri andando ad
insistere lungo il margine piu' sensibile di Ferrara dove il
quartiere residenziale Barco entra in tangenza con l'area industriale
a Nord Ovest della citta'. Un bosco lineare di 80 metri capace di
coniugare la valenza di mitigatore ambientale, espressa da un'alta
densita' di piantumazione, con la vocazione di parco pubblico
garantita dall'alta permeabilita' dei percorsi pedonali che ne
attraversano la larghezza di 26 metri.
L'immaginario del
bosco per un intervento paesaggistico in ambito urbano e' sicuramente
una suggestione emotiva. Una suggestione pero' che si e' approfondita
nella comprensione delle dinamiche ecologiche del bosco. Conoscendo a
poco a poco la grammatica e la sintassi del bosco si giunge a
scoprire che esiste un principio fondamentale in cui dimora la
qualita' di un bosco: la densita' di piantumazione ovvero la
quantita' e la distanza relativa delle piante che lo compongono.
Questo principio presiede alla qualita' del bosco indipendentemente
dalle dimensioni di esso: "grande bosco" o "piccolo
bosco" non importa dal momento che si e' conosciuto la cifra
compositiva che ne presiede la qualita'. Veicolato nel progetto, tale
principio compositivo consente di proporre la qualita' del bosco a
diverse scale di intervento permettendo allo spazio urbano di
accogliere brani di paesaggio di grande ricchezza.
Il bello e' che tutto cio' e' contagioso
Come la bellezza de
"La grande zolla" da cui il Bosco nasce, questa bellezza un
po' selvatica puo' diventare consuetudine visiva e i suoi principii
patrimonio comune e allora un ordine un po' meno ordinato puo'
spingersi un po' piu' in la', uscire dal rettangolo verde del Bosco
Claudio Abbado ed entrare nei nostri giardini ad arricchire i
frammentati spazi privati per trasformarli in un'unita' piu' grande.
Se infatti immaginiamo di guardare dall'alto la citta' di Ferrara,
con la fortuna di poter vedere come gli uccelli, non ci curiamo piu'
dei muri tra giardino e giardino; cio' che vediamo e' un unico
giardino grande quanto l'intera citta'.
welcome wood .213
Il giorno 21 Novembre sara' presentato il progetto del Bosco Claudio Abbado al Ridotto del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara dove l'inverno scorso l'idea del bosco era stata presentata per la prima volta.
Gli alberi... e' stupefacente come gli alberi abbiano il potere di permeare i bisogni come fossero altrettante risposte, un potere sottile in grado di innescare il consenso tra diverse persone, diversi interessi e profili umani per un accordo costante, tenace, d'affezione ad un'idea.
Happy.
Vivai Guagno .212
Il vivaio Guagno dove crescono querce, olmi, ciliegi, ontani dai molti tronchi e' a Comacchio.
Sono i luoghi che di ritorno da Venezia andavo a visitare. C'era Anita li' vicino nella sua desolazione del pomeriggio di nebbia: in macchina andavo a conoscere il territorio, a perdermi sempre piu' fino a che la nebbia non diventava l'acqua davanti della valle. Li' c'erano gli Etruschi. Ora penso agli alberi e non mi importa piu' della nebbia.
Mi sono perso per andare da Guagno esattamente come allora. Una strada, certo, un indirizzo, ma tu non ricordi la strada e gli alberi camminano. Cercano l'acqua, a volte.
Giardiniere da ragazzo, grande vivaista il signor Guagno. "Negli anni mi sono interessato al ripristino ambientale piu' che al rimboschimento". Controcorrente si dice quando uno pianta alberelli dai loro semi, li fa crescere come decidono da soli e dopo cinque, sei anni eccoli li', la quercia, l'olmo, l'ontano del futuro bosco Claudio Abbado, che mi chiamano. Non scendo dal camion perche' le pozzanghere di fango sono alte quanto me. Atto mancato, sicuramente, ma il futuro bosco me lo restituira'.
Una quercia splendida tra tante splendide: scelta. Chissa perche' se ne sceglie una fra tante. "Se avessi questa terra lascerei tutto come e' adesso, senza fare nulla fino a che i vasi non si rompessero alle radici in movimento e tutto perdesse la sua forma." ho detto; il signor Guagno ha sorriso e l'ha segnata con un cordino. Questa sara' la grande quercia isolata che portera' il ricordo di un'amica.
Un pomeriggio caldo di sole. Al ritorno un po' di foschia sui campi a sinistra. Gli Etruschi la' sotto ancora e gli alberi a proteggerli.
Sono i luoghi che di ritorno da Venezia andavo a visitare. C'era Anita li' vicino nella sua desolazione del pomeriggio di nebbia: in macchina andavo a conoscere il territorio, a perdermi sempre piu' fino a che la nebbia non diventava l'acqua davanti della valle. Li' c'erano gli Etruschi. Ora penso agli alberi e non mi importa piu' della nebbia.
Mi sono perso per andare da Guagno esattamente come allora. Una strada, certo, un indirizzo, ma tu non ricordi la strada e gli alberi camminano. Cercano l'acqua, a volte.
Giardiniere da ragazzo, grande vivaista il signor Guagno. "Negli anni mi sono interessato al ripristino ambientale piu' che al rimboschimento". Controcorrente si dice quando uno pianta alberelli dai loro semi, li fa crescere come decidono da soli e dopo cinque, sei anni eccoli li', la quercia, l'olmo, l'ontano del futuro bosco Claudio Abbado, che mi chiamano. Non scendo dal camion perche' le pozzanghere di fango sono alte quanto me. Atto mancato, sicuramente, ma il futuro bosco me lo restituira'.
Una quercia splendida tra tante splendide: scelta. Chissa perche' se ne sceglie una fra tante. "Se avessi questa terra lascerei tutto come e' adesso, senza fare nulla fino a che i vasi non si rompessero alle radici in movimento e tutto perdesse la sua forma." ho detto; il signor Guagno ha sorriso e l'ha segnata con un cordino. Questa sara' la grande quercia isolata che portera' il ricordo di un'amica.
Un pomeriggio caldo di sole. Al ritorno un po' di foschia sui campi a sinistra. Gli Etruschi la' sotto ancora e gli alberi a proteggerli.
benvenuto bosco Claudio Abbado! .211
Questo e' il bosco Claudio Abbado, il grande direttore d'orchestra che un giorno volle piantare migliaia di alberi nella sua citta', ma non incontro' un adeguato interlocutore.
Ferrara l'aveva accolto per anni di felice convivenza. Io tornavo ad ascoltarlo da Venezia dove studiavo architettura al tempo in cui Ippolito Pizzetti faceva amare i giardini.
Un boschetto/margine di bosco/giardino boschivo largo 20 metri e lungo 80 metri: si incontra un frassino, un ontano, un melo accanto ad un melocotogno, un nocciolo, 2,30 metri piu' in la' due melograni, un pero, viburni, sambuchi, un altro melo, rose canine e siamo 18 metri piu' in la' quindi aceri campestri, querce, evonimi, nespoli e la parrotia persica che diventa gialla-rossa-marrone-ancora un po' verdina, proprio in questi giorni... ma del prossimo anno perche' ora il bosco sta per nascere e ha bisogno di un anno almeno per diventare grande.
(Perche' piantare un bosco in citta'? Ne scrivevo indirettamente qualche tempo fa nel post 145: Hybrid Parks e L'Allegoria del Buon Governo)
Ferrara l'aveva accolto per anni di felice convivenza. Io tornavo ad ascoltarlo da Venezia dove studiavo architettura al tempo in cui Ippolito Pizzetti faceva amare i giardini.
Un boschetto/margine di bosco/giardino boschivo largo 20 metri e lungo 80 metri: si incontra un frassino, un ontano, un melo accanto ad un melocotogno, un nocciolo, 2,30 metri piu' in la' due melograni, un pero, viburni, sambuchi, un altro melo, rose canine e siamo 18 metri piu' in la' quindi aceri campestri, querce, evonimi, nespoli e la parrotia persica che diventa gialla-rossa-marrone-ancora un po' verdina, proprio in questi giorni... ma del prossimo anno perche' ora il bosco sta per nascere e ha bisogno di un anno almeno per diventare grande.
(Perche' piantare un bosco in citta'? Ne scrivevo indirettamente qualche tempo fa nel post 145: Hybrid Parks e L'Allegoria del Buon Governo)
fosfeni .210
Gli anelli di Saturno cui associo gli anelli del disco in cui Michelangeli suona Albeniz / neri, densi in un solco continuo dove il Tempo trova la sua qualità e finalmente una forma (per un po') / dove le fibre invisibili e brevi che nell'aria formano la polvere, che la luce del sole rivela allo sguardo, che la puntina del giradischi rivela all'udito in quei cic... cic... / sembrano i ghiacci immensi che ruotano intorno al pianeta che abbiamo chiamato con il nome del Tempo, luminosi anche loro dell'unica luce del Sole, con un suono anche loro, soltanto continuo / su un altro disco poco prima avveniva la stessa cosa, ma non ci avevo fatto caso
Calder .209
Calder ha descritto, nell'aria cui esse appartengono, le
relazioni tra le cose in un loro istante di equilibrio. Ha mostrato come i
fenomeni si tengono disegnando con il fil di ferro il meccanismo di compensazione reciproca in cui
stanno le varie esperienze. Come se gettando una rete -soltanto invisibile- in
aria, sulle cose, le persone, le città, le montagne, le galassie, le invisibili
relazioni di compensazione si mostrassero in uno degli infiniti istanti del
loro manifestarsi e, in quello, emergesse il suono senza colore da cui
proveniamo e in cui viviamo, che non riusciamo ad udire se non raramente e che
ci sforziamo di ascoltare quando, nel quotidiano delle nostre vite, l'equilibrio tra i movimenti reciproci delle cose e delle persone è la nostra
unica possibile grande capacità di gioia. E questa gioia è dell'aria e del gioco.
Nessuna volontà di
controllo può conoscere l'infinito invisibile che tiene insieme come collante
le cose, perché la ragione delle cose non è un oggetto, non è trattenibile da
un unico occhio bensì è la relazione reciproca, la proporzione
relativa, il dialogo in atto tra diversità compresenti che solo l'aria, fatta
di mille piani, può ospitare. Tale dialogo può soltanto essere descritto nel
proprio manifestarsi perché non possiamo nominare un dialogo bensì solo le sue
diverse voci nel loro manifestarsi.
Calder ha descritto il dialogo della vita seguendolo nel suo equilibrio, soltanto seguendolo, nel suo movimento intimo, nella sua natura di soffio. Non è l'aria dalla
finestra che muove i mobiles, ma il soffio delle voci nel loro approssimarsi l'una
all'altra, il soffio presenza delle voci. Come le foglie quando si tendono al ramo al muro ad altre foglie.
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Ecological Planting Design
Ecological Planting Design
What do these words mean? Some principles of ecological planting design. (from the book: "A New Naturalism" by C. Heatherington, J. Sargeant, Packard Publishing, Chichester)
Real structural plants marked down into the Planting Plan. The other plants put randomly into the matrix: No. of plants per msq of the grid, randomly intermingling (even tall plants). Succession through the year.
Complete perennial weed control.
High planting density. Close planting allows the plants to quickly form a covering to shade out weeds.
Use perennials and grasses creating planting specifications that can be placed almost randomly.
Matrix: layers (successional planting for seasonal interest) of vegetation that make up un intermingling (random-scattering) planting scheme: below the surface, the mat forming plants happy in semi-shade, and the layer of sun-loving perennials.
Plants are placed completely randomly: planting individual plants, groups of two, or grouping plants to give the impression of their having dispersed naturally. Even more with the use of individual emergent plants (singletons) that do not self-seed, dispersed through the planting.
An intricate matrix of small plants underscores simple combinations of larger perennials placed randomly in twos or threes giving the illusion of having seeded from a larger group.
The dispersion effect is maintained and enhanced by the natural rhythm of the grasses that give consistency to the design. They flow round the garden while the taller perennials form visual anchors.
Allow self-seeding (dynamism) using a competitive static plant to prevent self-seeders from taking over: Aruncus to control self-seeding Angelica.
Sustainable plant communities based on selection (plants chosen for their suitability to the soil conditions and matched for their competitiveness) and proportions (balance ephemeral plants with static forms and combinations such as clumpforming perennials that do not need dividing: 20% ephemeral, self-seeding plants, 80% static plants) of the different species, dependent on their flowering season (a smaller numbers of early-flowering perennials, from woodland edges, which will emerge to give a carpet of green in the spring and will be happy in semi-shade later in the year, followed by a larger proportion of the taller-growing perennials which keep their form and seed-heads into the autumn and the winter).
Year-round interest and a naturalistic intermingling of plant forms.
Ecological compatibility in terms of plants suitability to the site and plants competitive ability to mach each other.
Working with seed mixes and randomly planted mixtures.
Perennials laid out in clumps and Stipa tenuissima dotted in the gaps. Over the time the grass forms drifts around the more static perennials and shrublike planting while the verbascum and kniphofia disperse naturally throughout the steppe.
Accents: Select strong, long lasting vertical forms with a good winter seed-heads. Select plants that will not self-seed, unless a natural dispersion model is required.
Planes: if designing a monoculture or with a limited palette, more competitive plants may be selected to prevent seeding of other plants into the group.
Drifts: to create drifts of naturalistic planting that are static in their shape over time use not-naturalizing, not self-seeding, not running plants.
Create naturalistic blocks for the seeding plants to drift around. For the static forms select plants that do not allow the ephemerals to seed into them.
Blocks: use not-naturalizing species, in high densities, in large groups.
Select compatible plants of similar competitiveness to allow for high-density planting (to enable planting at high density in small gardens).
Achieve rhythm by repeating colours and forms over a large-scale planting.











