siamo sempre stati ibridi .187

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Epilogo della Relazione Finale del progetto europeo Hybrid Parks.
Testo scritto in occasione della conferenza conclusiva del progetto Hybrid Parks, Colonia 14, 15, 16 Settembre 2014



   In questi due anni il progetto Hybrid Parks ha cercato quale possa essere la forma di gestione piu' consona per i parchi pubblici di un territorio vasto tanto quanto, piu' o meno, l'Europa. Un progetto ambizioso cominciato con la fiducia di chi si incammina per una via ignota; progetto che si chiude, in questi giorni, con la stessa fiducia, ma con il pudore di chi scopre che davanti si e' aperta una strada ancora piu' ignota.

Ovvero nessuno di noi, a questo punto, riuscirebbe ad avere anche solo per un istante la presunzione di credere che possa esistere un modello per quel Parco Ibrido che si era messo a cercare.

E proprio questo e' il successo dell'intero progetto: aver privato di seduzione ogni tentazione alla semplificazione ed aver mostrato quanto piu' interessante sia la complessita' del territorio europeo.


   Se il problema da affrontare e' la questione ecologica, allora e' facile.
Abbiamo tutte le conoscenze per creare spazi verdi adeguati al fenomeno del lento e progressivo impoverimento della diversita' climatica con tendenza all'innalzamento delle temperature ed alla scarsita' d'acqua.

Tecnicamente e' facile. Si tratta di porre l'attenzione sulla sostenibilita' delle scelte vegetali da unire ad un tipo di progettazione che impari ad imitare le comunita' vegetali spontanee in natura, creando cosi' comunita' vegetali semi-autosufficienti. Piante resistenti e durature entro una progettazione che diventi mimetica dei paesaggi naturali cosi' che il dinamismo delle comunita' vegetali entri nel paesaggio delle nostre citta'.

Le corolle dei fiori secchi per gli insetti e gli uccelli, da potare solo in inverno, con un notevole contenimento delle spese, porteranno dentro le citta' una bellezza cui le citta' non sono piu' abituate, un'estetica nuova, in cui l'intero arco della vita delle piante puo' finalmente esprimersi.

Sostenibilita' delle specie vegetali, sostenibilita' della progettazione e sostenibilita' della gestione.


   Stiamo parlando di una cultura degli spazi verdi che si apre ad una bellezza cui non siamo abituati, una bellezza fatta di soluzioni formali insolite.

E qui la questione ecologica apre uno scenario che va oltre la sfera estetica.

Mentre scrivevo mi accorgevo che pensare a queste forme di progettazione insolite capaci di seguire le piante nel loro sviluppo naturale, mi suggeriva un altro pensiero che si muoveva in parallelo prendendo forma a poco a poco. Mi accorgevo che il modo in cui stavo ragionando sulle piante era in verita' un modo di guardare le cose cui forse non ero piu' abituato. Mi accorgevo che dall'essere concentrato sulle forme vegetali slittavo necessariamente sulle forme del sociale e che il modo di guardare le piante diventava una sorta di suggerimento di come avere gli occhi piu' aperti.

Forse comprendere come funziona la biodiversita' vegetale porta vicino alla comprensione della molteplicita' sociale delle nostre citta'.

Scopriamo che quell'estetica nuova e' in grado di superare i confini dell'ecologia e dirci qualcosa a proposito della capacita' dei nostri parchi di diventare piu' adeguati al dinamismo del tessuto sociale delle citta'; parchi in grado di permettere a quel dinamismo di esprimersi senza impoverirsi.

Un'estetica dell'ecologia che e' totalmente nuova semplicemente perche' solo da poco tempo abbiamo imparato a fermare lo sguardo sui prati abbandonati dietro casa dove le piante occupano lo spazio piu' adatto a loro.


   All'incontro di Ferrara dello scorso Novembre, accennavo al rischio che il non ascoltare l'urgenza ecologica nella progettazione degli spazi verdi comporta: il rischio, ben oltre l'evidente questione ecologica, che il paesaggio in cui viviamo non rappresenti piu' nulla per i suoi abitanti e che le sue forme non generino alcun senso di condivisione.

Mi domandavo dunque quale forma il nostro paesaggio dovesse avere?

Raccontavo come nella prima meta' del XIV secolo, l'affresco dell'Allegoria del Buon Governo dipinto da Ambrogio Lorenzetti a Siena, avesse esemplificato la rappresentazione paesaggistica piu' adatta alla contemporanea idea di benessere, di coesione sociale, di Pace.

Hybrid parks in questi due anni ha cercato di conoscere quale sia la rappresentazione paesaggistica piu' adatta alla nostra idea di Pace.

Ed alla fine del suo viaggio il progetto conosce il pudore di domandarsi se cio' che e' necessario sia uno specifico paesaggio da comporre mettendo insieme le esperienze migliori, una sorta di super-parco “modello” di laboratorio o se invece non occorra pensare ad un parco privo di una forma predefinita, un parco da ripensare ogni volta, ogni volta capace di adattare le sue forme, ogni volta attento a cio' che accade intorno e dentro di se'.


   La Pace contemporanea, come e' divenuto ormai evidente ovunque nel mondo, dimora nel modo in cui noi riusciamo a gestire insieme l'integrita' ecologica e la coesione sociale.

La coesione sociale di un territorio puo' formarsi solo nella condivisione dei valori comuni che si formano intorno ai bisogni fondamentali della vita, bisogni che sono l'espressione piu' diretta della nostra relazione con l'ambiente.
Sostenibilita' e Pace sono identici.

Lo spazio pubblico e' il luogo in assoluto piu' atto a permettere il formarsi ed il mantenersi della coesione urbana perche' e' li' che la condivisione puo' esprimersi nelle sue molteplici forme, potenziandosi senza impoverirsi.

La molteplicita' delle forme in cui la condivisione sociale si manifesta diventa per noi strumento progettuale.

Se a livello tecnico, come abbiamo visto, la differenziazione nella gestione del verde garantisce la qualita' della biodiversita' di un ambiente naturale, a livello sociale occorre essere in grado di rispondere ai diversi bisogni di chi usera' e condividera' gli spazi pubblici ovvero occorre percorrere la via della differenziazione delle opportunita' d'uso di tali spazi.

Dalle piante siamo passati alle persone perche' l'ecologia e la societa' condividono lo stesso destino, entrambe possono funzionare soltanto come sistemi unitari.

Creare spazi pubblici differenziati e' possibile solo se si attinge alla molteplicita' degli strumenti di gestione capaci di soddisfare tali molteplici bisogni. Ecco dove emerge lo spirito del progetto Hybrid Parks, le sinergie tra i mestieri, le agenzie, i tecnici.

Ibrido e biodiverso vediamo dunque quanto siano sinonimi. Uno stesso spirito li anima e insegna a resistere ad ogni seduzione della specializzazione dello sguardo. Lo sguardo deve mantenere il suo volo d'uccello sulle differenze, deve mantenersi capace di cogliere le diversita' delle cose vedendole come un insieme unitario senza riduzione ed impoverimento alcuno.

Se immaginiamo di guardare dall'alto una citta' -dicevo ancora a Ferrara- con la fortuna di vedere come vedono gli uccelli, l'insieme frammentario dei suoi giardini si rivela come un unico giardino. Gli uccelli non si curano dei muri divisori tra giardino e giardino, di quale pianta sia in un giardino o in un altro... per loro il volo e' un volo sopra un giardino grande quanto la citta'. La ricchezza della biodiversita' di questo giardino unitario e' data semplicemente dalla varieta' casuale dei piccoli e grandi habitat che lo compongono, non dalla presenza di super-giardini modello specializzati in biodiversita'.

Hybrid Parks dunque non e' arrivato ad un modello formale, ma un modo di guardare capace di mantenere uno sguardo d'uccello sull'insieme unitario delle esigenze materiali e spirituali di ognuno di noi.


   Il fatto e' che occorre togliere un po' di muffa dalla nostra immaginazione, almeno questo e' cio' che alcuni eventi mi hanno insegnato a fare.
Credo che essere italiano aiutati a comprendere qualcosa che le altre societa' piu' ordinate e precise fanno piu' fatica a riconoscere di se' o non ricordano piu'.

Quest'estate sono stato in viaggio in Sicilia. Sono arrivato con l'aereo a Palermo. E' stata la prima citta' visitata. Un capolavoro!

Visitare Palermo e' come andare dallo psicologo: piu' cammini piu' ti sembra di essere portato via da cio' che conosci meglio ma, allo stesso tempo, hai la sensazione di rientrare a casa tua con una chiarezza mai avuta prima.

Camminando per la Palermo antica, si impara lentamente ad accogliere il caos delle sue strade e delle facciate delle sue case e alla fine della giornata cio' che ha inegli occhi, in un misto di realta' e trasfigurazione, e' un insieme unitario di ricchezza formale diventata una sorta di sensazione di appartenenza.

Cio' che il giorno del mio arrivo chiamavo caos, gia' il giorno dopo, prendeva il nome di molteplicita' e la citta' mi appariva come un palinsesto. Palermo e' un foglio di pergamena sul quale e' leggibile un testo che e' stato scritto sopra un testo preesistente, scritto secoli prima e grattato via per permettere al nuovo testo di fissarsi sulla pelle di capra, senza che pero' le sue tracce si siano perse completamente. Gli scritti rimangono nella trasparenza del foglio ed arrivano a noi.

A Palermo ci si accorge della somiglianza esistente tra la nostra vita e quel palinsesto dove piu' segni sono lasciati sulla superficie, tutti ricchi di significato. Al presente questi segni appaiono confusi, tutti nel proprio spazio, tutti con un proprio frammento di senso, tutti compresenti e pronti a dirci qualcosa. Basta avere la pazienza di leggerli.

E forse noi che abbiamo cominciato a notare la bellezza dei prati incolti dietro casa, stiamo diventando piu' capaci di questa pazienza.

La natura e' questo, le citta' sono questo, noi siamo questo.

Da sempre le citta' sono durate sull'attenzione alle preesistenze. Le civilta' piu' ricche e longeve hanno gestito la molteplicita'. In Sicilia i Normanni l'hnno fatto con i Saraceni e prima i Saraceni con i discendenti dei Greci. Negare la complessita' significava morire, accoglierla significava prosperare.

Siamo sempre stati ibridi.


   Occorre rieducare lo sguardo all'abitudine alla complessità. Deve riapprendere ad essere ibrido; solo allora sara' in grado di vedere quanto ibrido e' lo spazio intorno a se' ed in grado di progettarlo in modo davvero adeguato ai bisogni materiali e spirituali di chi lo abita contro la tentazione di ridurre cio' che riteniamo importante nella fissita' di una forma che abbia la presunzione di esemplarita'.

Un paesaggio palinsesto capace anche di perdere per strada alcune cose perche', come l'esperienza dimostra, cio' di cui si ha bisogno si verifica spesso anche fuori della progettazione.

Allora non esiste un parco ibrido modello, un parco ibrido per eccellenza. Esistono esigenze ecologiche e sociali da coniugare nella specificita' delle condizioni in cui si presentano affinche' la forma che nasce sia la loro piu' consona rappresentazione.

Forse il parco ibrido e' quello che permette a tali usi di potersi sedimentare sui tracciati urbani, un parco che prende senso proprio come opportunita' formale di una sedimentazione d'uso, un parco in grado di restituire gli spazi delle città ai bisogni che la' si manifestano.

Questo parco che accoglie ed incrementa la molteplicita' d'uso, attraverso un'interna differenziazione delle sue forme, diventa strumento di coesione sociale. Le diversita' sociali trovano il posto piu' adatto a loro perche' quel parco le rispecchia come se fosse la forma di un'abitudine d'uso. Li' i valori comuni si esprimono.

Mi piace pensare che il nostro parco ibrido sia rintracciabile nella diversita' da ogni parco esistente e, insieme, nella somiglianza a tutti i parchi esistenti in un'Europa che sappiamo essere non piu' complessa di quello che nel XIV secolo appariva Siena agli occhi di un suo abitante.

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"garden me" / A writing about a wished frontier for the natural gardening

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Ecological Planting Design

Ecological Planting Design

Drifts / Fillers (Matrix) / Natural Dispersion / Intermingling with accents/ Successional Planting / Self seeding
What do these words mean? Some principles of ecological planting design. (from the book: "A New Naturalism" by C. Heatherington, J. Sargeant, Packard Publishing, Chichester)
Selection of the right plants for the specific site.
Real structural plants marked down into the Planting Plan. The other plants put randomly into the matrix: No. of plants per msq of the grid, randomly intermingling (even tall plants). Succession through the year.
Complete perennial weed control.
High planting density. Close planting allows the plants to quickly form a covering to shade out weeds.
Use perennials and grasses creating planting specifications that can be placed almost randomly.
Matrix: layers (successional planting for seasonal interest) of vegetation that make up un intermingling (random-scattering) planting scheme: below the surface, the mat forming plants happy in semi-shade, and the layer of sun-loving perennials.
Plants are placed completely randomly: planting individual plants, groups of two, or grouping plants to give the impression of their having dispersed naturally. Even more with the use of individual emergent plants (singletons) that do not self-seed, dispersed through the planting.
An intricate matrix of small plants underscores simple combinations of larger perennials placed randomly in twos or threes giving the illusion of having seeded from a larger group.
The dispersion effect is maintained and enhanced by the natural rhythm of the grasses that give consistency to the design. They flow round the garden while the taller perennials form visual anchors.
Allow self-seeding (dynamism) using a competitive static plant to prevent self-seeders from taking over: Aruncus to control self-seeding Angelica.
Sustainable plant communities based on selection (plants chosen for their suitability to the soil conditions and matched for their competitiveness) and proportions (balance ephemeral plants with static forms and combinations such as clumpforming perennials that do not need dividing: 20% ephemeral, self-seeding plants, 80% static plants) of the different species, dependent on their flowering season (a smaller numbers of early-flowering perennials, from woodland edges, which will emerge to give a carpet of green in the spring and will be happy in semi-shade later in the year, followed by a larger proportion of the taller-growing perennials which keep their form and seed-heads into the autumn and the winter).
Year-round interest and a naturalistic intermingling of plant forms.
Ecological compatibility in terms of plants suitability to the site and plants competitive ability to mach each other.
Working with seed mixes and randomly planted mixtures.
Perennials laid out in clumps and Stipa tenuissima dotted in the gaps. Over the time the grass forms drifts around the more static perennials and shrublike planting while the verbascum and kniphofia disperse naturally throughout the steppe.
Accents: Select strong, long lasting vertical forms with a good winter seed-heads. Select plants that will not self-seed, unless a natural dispersion model is required.
Planes: if designing a monoculture or with a limited palette, more competitive plants may be selected to prevent seeding of other plants into the group.
Drifts: to create drifts of naturalistic planting that are static in their shape over time use not-naturalizing, not self-seeding, not running plants.
Create naturalistic blocks for the seeding plants to drift around. For the static forms select plants that do not allow the ephemerals to seed into them.
Blocks: use not-naturalizing species, in high densities, in large groups.
Select compatible plants of similar competitiveness to allow for high-density planting (to enable planting at high density in small gardens).
Achieve rhythm by repeating colours and forms over a large-scale planting.